Parte l'assalto alla riforma della giustizia, con Grosso a capo del comitato per il "No"
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Redazione Interno
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Con il via libera definitivo del Parlamento, si è ormai acceso il motore della lunga campagna referendaria che, nella primavera del 2026, porterà gli elettori a esprimersi sulla riforma costituzionale della giustizia, il cui cardine principale risiede nella separazione delle carriere tra i magistrati che accusano e quelli che giudicano. Mentre la macchina organizzativa inizia a muovere i primi ingranaggi, che coinvolgono aspetti sia burocratici sia, inevitabilmente, elettorali, i primi schieramenti si sono già compattati in maniera netta, opponendosi con fermezza alla proposta di riforma. Tra coloro che si muovono con maggiore decisione, spicca il fronte del "No", il quale ha scelto di affidare la propria guida a una figura di assoluto rilievo nel panorama giuridico nazionale.
Il fronte del "No" e il suo presidente onorario
È stato infatti annunciato ufficialmente che il Comitato per il "no" al referendum sulla giustizia sarà presieduto da Enrico Grosso, un costituzionalista di fama che, oltre a ricoprire il ruolo di docente di diritto costituzionale all'Università di Torino, vanta una lunga esperienza come avvocato. La sua nomina a presidente onorario del comitato, promosso dall'Associazione nazionale magistrati, segna un punto fermo per quanti si oppongono strenuamente alla riforma, considerandola non solo inutile ma anche profondamente mistificatoria. Grosso, che definisce il suo impegno una "battaglia civile", ha già iniziato a smontare le argomentazioni dei sostenitori della riforma, bollando come una "storiella rozza" l'idea che la familiarità tra pubblico ministero e giudice possa ledere le parti in causa; una riforma, secondo la sua analisi, che non apporterebbe alcun cambiamento sostanziale al funzionamento della giustizia, lasciando irrisolti i veri problemi che ne affliggono l'efficienza.
La controparte e il panorama degli schieramenti
Dall'altra parte della barricata, il comitato per il "Sì" ha visto la luce immediatamente dopo il voto finale in Senato, costituendosi per sostenere la riforma e indicando come suo capo un altro avvocato, già presidente dell'Unione delle Camere penali. I due schieramenti, quindi, iniziano a delineare i propri confini in vista della consultazione popolare: da un lato il fronte pro-riforma, che raccoglie principalmente esponenti di area liberale e garantista, e dall'altro i contrari, che intendono ampliare il proprio consenso attingendo dal vasto mondo dell'associazionismo, della cultura e dello spettacolo. La partita, che si preannuncia estremamente tecnica ma dalle profonde implicazioni politiche, si giocherà tutto sulla capacità di ciascun comitato di spiegare ai cittadini le ragioni del proprio schieramento, in un confronto che durerà molti mesi.
Le critiche alla riforma e i nodi irrisolti
Le obiezioni sollevate dal comitato del "No", peraltro, vanno ben oltre la semplice contestazione del metodo, puntando il dito sulla sostanza della riforma stessa, accusata di essere un'operazione di facciata. Secondo i critici, infatti, la separazione delle carriere non avrebbe l'impatto promesso dai suoi fautori, poiché non interviene in modo significativo su quelle che vengono individuate come le criticità reali del sistema, che spaziano dalla durata dei processi all'organizzazione degli uffici giudiziari. Una modifica, questa, che rischierebbe dunque di rivelarsi puramente formale, senza incidere concretamente sulla lentezza della giustizia o sulla sua effettiva capacità di garantire i diritti di tutti, un tema, quest'ultimo, che tocca da vicino la vita dei cittadini e la credibilità delle istituzioni.




