L’escalation in Medio Oriente mette in ginocchio l’agroalimentare: rincari record per fertilizzanti e carburanti, a rischio le esportazioni verso il Golfo

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’allargamento del conflitto in Medio Oriente, con l’offensiva lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, sta producendo i suoi primi, pesanti effetti a cascata sul sistema produttivo italiano, e in particolare sul comparto agricolo e alimentare. Non si tratta solo di una crisi contingente legata al blocco delle rotte marittime, ma di una tempesta perfetta che combina rincari vertiginosi dei fattori di produzione – si pensi ai fertilizzanti e ai carburanti – con il repentino raffreddamento di mercati di sbocco divenuti, negli ultimi anni, strategici per il made in Italy. Dalle analisi condotte da Confagricoltura sui territori emerge un dato allarmante: dall'inizio delle ostilità, il costo dell'urea, uno degli input fondamentali per la concimazione, è letteralmente schizzato in alcune aree, passando da 55 a 75 euro al quintale. Un incremento che, se da un lato riflette la tensione sui mercati internazionali delle materie prime, dall'altro, come sottolineano le stesse associazioni di categoria, aprirebbe la strada a fenomeni speculativi che rischiano di rendere indisponibile il prodotto, nonostante non vi siano reali motivi di scarsità fisica.

Parallelamente, il caro-carburanti sta inferendo un colpo durissimo alla logistica e alle lavorazioni agricole. Il gasolio agricolo, la linfa vitale che alimenta i trattori e i sistemi di irrigazione, ha visto il suo prezzo balzare in pochi giorni da circa 80 centesimi a oltre 1,20 euro al litro, un'impennata che da sola rischia di rendere insostenibili i bilanci di molte aziende. Questa stangata si somma a un quadro già compromesso da altri fattori, come il cambiamento climatico, la diffusione di fitopatie e le turbolenze commerciali internazionali, creando un circolo vizioso in cui il costo per produrre – che sia grano duro per la pasta o mais per l'alimentazione animale – diventa superiore al ricavato. A essere minacciata, in questo contesto, non è solo la redditività delle imprese, ma la filiera del pane e della pasta, i cui raccolti imminenti, a partire dalle semine nei terreni del Nord Italia resi pesanti dalle piogge, rischiano di essere compromessi proprio per la mancanza di concimazioni adeguate.

Il blocco di Hormuz e il crollo degli scambi: un conto da 9,6 milioni per il made in Tuscany

Se i costi di produzione volano, dall'altro lato lo spettro del blocco commerciale si abbatte sulle esportazioni. L'instabilità geopolitica, acuita dalla chiusura virtuale dello Stretto di Hormuz – un passaggio obbligato per le petroliere e le navi container dirette in Europa – sta mettendo in ginocchio i flussi di merci verso i Paesi del Golfo. Un'analisi di Coldiretti su dati Istat quantifica in circa 9,6 milioni di euro il valore delle esportazioni agroalimentari della sola provincia di Siena che rischiano di andare in fumo. Un danno che colpisce il cuore del made in Tuscany: vino, olio extravergine di oliva e il comparto delle piante vive, prodotti simbolo del territorio che avevano trovato nei mercati emergenti di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Oman uno sbocco commerciale in forte crescita. Il problema, in questo caso, è duplice: da un lato le difficoltà logistiche e l'incertezza sui trasporti marittimi rallentano le consegne; dall'altro, la contrazione degli scambi rischia di vanificare anni di penetrazione commerciale in aree diventate strategiche per l'intero comparto.

L'industria manifatturiera in affanno: la rabbia della sopravvivenza e il rischio delocalizzazione

Ma l'ondata d'urto del conflitto non si arresta ai confini del settore primario e travolge con violenza anche l'industria, in particolare quella manifatturiera e della piccola e media impresa. Lo scenario tratteggiato da Paolo Agnelli, presidente di Confimi Industria, è a tinte fosche: il sentiment prevalente tra gli associati non è più solo la preoccupazione, ma una rabbia “da sopravvivenza”. Il boom dei costi energetici, aggravato dal conflitto, sta creando un handicap competitivo incolmabile per le aziende italiane, che pagano l'energia molto più dei competitor francesi o tedeschi. Questo divario, secondo Agnelli, sta spingendo quasi il 40% dei giovani industriali a valutare seriamente l'ipotesi di aprire stabilimenti all'estero, una fuga che non avrebbe i connotati di una scelta strategica, ma quelli di una necessità imposta da un contesto che rende il suolo nazionale inospitale per gli investimenti.

La dipendenza dalle materie prime lavorate, come l'alluminio, il cui prezzo ha superato i 3400 dollari alla tonnellata, sta mettendo in crisi intere filiere, dalle fonderie alle officine meccaniche. Il blocco di Hormuz, infatti, non significa solo energia più cara, ma anche l'interruzione di un flusso vitale di materiali, in un sistema industriale che lavora ormai da anni con la logica del just-in-time e con scorte ridotte al lumicino. Ciò che emerge, dalle voci degli imprenditori, è la sensazione di essere stati lasciati soli di fronte a una bufera che non hanno contribuito a scatenare, con interventi governativi giudicati parziali e privi di una visione di lungo periodo capace di arginare quella che viene definita una vera e propria “desertificazione industriale”.

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