Il 25 aprile delle piazze contese: spari a Roma, la brigata ebraica umiliata a Milano e il silenzio (solo apparente) della politica

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Doveva essere, nelle intenzioni di chi quella data la considera il fondamento della Repubblica, una festa corale; è finita, invece, per restituire l’immagine di un Paese spaccato in due, dove la celebrazione della Liberazione è diventata il teatro di una guerriglia simbolica inquietante. L’ottantunesimo anniversario della fine dell’occupazione nazifascista è stato segnato da episodi di una violenza inaudita – se si considera il contesto – a partire da Roma, dove due esponenti dell’Anpi sono rimasti feriti da colpi di pistola ad aria compressa esplosi da un individuo a bordo di uno scooter, un gesto che, per modalità e tempistica, poco ha avuto dell’atto isolato e molto della precisa volontà intimidatoria. Se a ciò si aggiunge quanto accaduto a Milano, dove la delegazione della Brigata Ebraica è stata letteralmente fatta sloggiare dal corteo principale sotto una pioggia di insulti agghiaccianti – tra cui, è stato riportato, riferimenti diretti alla Soluzione Finale –, si comprende come la retorica dell’unità nazionale sia miseramente naufragata sotto i colpi bassi dell’intolleranza politica.

L’ombra dell’antisemitismo e il cedimento dell’ordine pubblico

Proprio l’episodio milanese, forse il più grave sul piano politico, solleva interrogativi profondi sul livello di degrado del confronto democratico. La Brigata Ebraica, che affonda le sue radici nella Resistenza armata contro il nazifascismo, è stata trattata dalle frange più estremiste presenti al corteo come un estraneo, se non nemico; le scritte antisemite e i cori d’odio hanno costretto le forze dell’ordine a una “protezione” che è suonata come una resa agli aggressori, isolando i delegati e di fatto legittimando la violenza verbale di chi li voleva fuori. Non stupisce, quindi, che il clima avvelenato abbia contagiato ogni simbolo presente: a Roma, le bandiere ucraine sono state strappate di mano ai manifestanti di +Europa, mentre a Napoli l’effigie del ministro Valditara veniva esposta a testa in giù. In questo bailammane di rabbia cieca, la voce delle istituzioni ha faticato a trovare un registro unitario, limitandosi a condanne generiche che hanno finito per restituire solo la fotistica di uno scontro già in atto.

Meloni e l’equilibrio instabile della memoria

Giorgia Meloni, osservata da sempre con la lente d’ingrandimento su una giornata che per il suo partito rappresenta una ferita storica non del tutto rimarginata, ha scelto la strada della nota ufficiale asciutta ma non banale: parlare di «sconfitta dell’oppressione fascista» è un passo lessicale che la premier non aveva mai compiuto con tanta secchezza in passato, un tentativo evidente di blindare il suo profilo istituzionale mentre le piazze bruciavano. Peccato, però, che la voce della presidente del Consiglio sia rimasta in larga parte assente nel dibattito acceso dei social network, dove si è limitata a una stoccata finale («se questi difendono la democrazia, abbiamo un problema»), lasciando che fosse il silenzio a calare sugli insulti rivolti alla Brigata Ebraica. Una scelta, la sua, che appare dettata più dalla necessità di non inimicarsi le frange più nostalgiche del suo elettorato che dalla volontà di ricucire uno strappo che, a questo punto, sembra ormai profondo come una voragine.

La sinistra divisa tra piazza e palcoscenico

Sul versante opposto, la leadership del centrosinistra ha mostrato una certa impotenza nel governare la piazza che pure rivendica come propria. Elly Schlein, abilmente defilatasi dal cortoglio meneghino per presenziare a Sant’Anna di Stazzema – dove la memoria è sacrale e meno esposta a strumentalizzazioni –, ha dovuto incassare le contestazioni di chi l’accusa di blandire i movimenti filopalestinesi responsabili degli attacchi alla Brigata. Anche Giuseppe Conte, intento a intonare Bella Ciao a Napoli, ha preferito la celebrazione rituale al confronto diretto con il tifo da stadio che ormai avvolge ogni corteo. Il risultato è che la Festa della Liberazione, svuotata del suo significato pedagogico, si è trasformata in una semplice passerella di simboli contrapposti: da un lato l’arroccamento di chi rivendica la Costituzione come proprietà esclusiva, dall’altro la rivendicazione di chi chiede di archiviare la Resistenza come una pagina lontana. In mezzo, è rimasto il fumo degli spari a Roma e la vergogna degli slogan antisemiti a Milano, a testimoniare che la memoria, in Italia, non è mai veramente condivisa, ma solo contesa.

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