Gli spari del 25 aprile, la “Brigata ebraica” e i ventenni del Ghetto tra stadio e autodifesa
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Redazione Interno
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Andavano tutti insieme da anni allo stadio Olimpico a sostenere la Roma; poi, a gennaio, è accaduto che gli ultrà della Fiorentina hanno cominciato a prendere di mira il calciatore viola Manor Solomon, 26 anni, nazionale israeliano che durante la guerra di Gaza aveva espresso sostegno alle forze di Tsahal. Da quel momento, alcuni giovani ultrà romanisti della comunità del Portico d’Ottavia, stufi di subire quella che percepivano come una persecuzione continua, hanno deciso di fondare il «Gruppo Solomon», un collettivo dedicato proprio al calciatore che però non staziona in Curva Sud, bensì nei luoghi di aggregazione quotidiana del quartiere. Nonostante l’apparente normalità di ragazzi che “magnano come scrofe” quando si ritrovano – come li descrive un anziano del Ghetto –, il terreno sul quale si muovono è diventato improvvisamente minato. Una contrapposizione continua e feroce, esplosa simbolicamente il 25 aprile scorso a Parco Schuster, durante la Festa della Liberazione, quando un ventunenne, Eitan Bondi, ha sparato con una pistola ad aria compressa contro due attivisti dell’Anpi, ferendo la coppia composta da Rossana Gabrieli e Nicola Fasciano.
L’inchiesta e il fermo
La svolta investigativa è arrivata in tempi rapidissimi grazie alle immagini delle telecamere di videosorveglianza, che hanno immortalato il percorso dello scooter bianco utilizzato per la fuga: prima nell’atto di esplodere i colpi in via delle Sette Chiese, poi nel tragitto lungo il Lungotevere di Pietra Papa, dove i frame hanno permesso di leggere la targa del mezzo. Rintracciato dalla Digos e fermato con l’accusa di tentato omicidio (ipotesi di reato contestata dai pm dell’antiterrorismo coordinati dal procuratore Francesco Lo Voi), il giovane ha confessato le proprie responsabilità, affermando però di agire in nome della «Brigata Ebraica». Ha aggiunto, senza mezzi termini, di aver fatto parte di quella costellazione di gruppi informali cresciuti all’ombra del Tempio Maggiore, sebbene la vera “Brigata ebraica” – quella storica – abbia prontamente smentito qualsiasi legame, definendo il gesto del ragazzo un "oltraggio" alla memoria dei combattenti che liberarono l’Italia dai nazifascisti.
La “Brigata Vitali” e la simbologia cupa
Piuttosto che alla formazione militare storica, il riferimento simbolico del fermato sembra rimandare a una costola più oscura e recente del tifo organizzato romano, quella che risponde al nome di «Brigata ebraica Vitali». L’immagine del logo è, a dir poco, cupa: un teschio con una rosa tra i denti, richiami inequivocabili alla simbologia della X Mas e degli Arditi. Questo gruppo d’azione, che si richiama alla figura di Dario Vitali (un militare di religione ebraica, ma fedele al fascismo), si era già fatto conoscere nella zona di Marconi e aveva rivendicato l’assalto al liceo Manara del 2025, annunciando che non sarebbero più state tollerate “azioni di bullismo e antisemite” ai danni degli studenti ebrei.
L’allarme e il dibattito interno
A seguito del fermo, il dibattito pubblico si è infiammato, alimentato da un post di Gad Lerner che parla apertamente di "degenerazione squadristica". Lerner, che già il 4 ottobre scorso era salito sul palco di San Giovanni dichiarandosi "sionista", denuncia l’esistenza di "nuclei paramilitari" che avrebbero bisogno di essere disciolti, ragazzi che si addestrano nelle palestre romane con il mito della sicurezza personale, come se fossero loro stessi membri delle forze di difesa israeliane. Dall’altra parte, però, c’è chi invita alla calma: Angelo Sermoneta, storica memoria del «Circolo ’48», avverte che non bisogna trasformare un gesto isolato in un mostro collettivo. A suo dire, Eitan Bondi ha riempito la testa di "idiozie", cedendo alla propaganda piuttosto che a una reale strategia politica. Eppure, il clima segnalato dalle forze dell’ordine rimane di "massima attenzione": se il Viminale esclude per ora l’esistenza di una regia unica dietro l’estremismo organizzato, episodi come le lettere di minacce spedite all’Anpi dal sedicente «Gruppo sionistico giovanile» o l’aggressione in viale Marconi a un dirigente della Comunità (preso di mira solo perché indossava la kippah) raccontano di una stagione di violenza speculare.




