Il fermo per gli spari del 25 aprile e la rivendicazione alla “Brigata ebraica”
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Redazione Interno
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La quiete successiva alla manifestazione per la Liberazione, un momento che dovrebbe rappresentare la memoria collettiva e la ritrovata unità nazionale, è stata squarciata dai colpi di una pistola ad aria compressa nei pressi del parco Schuster a Roma. Le indagini della Digos, supportate da un meticoloso lavoro sulle immagini delle telecamere di sorveglianza, hanno portato al fermo di Eitan Bondì, un giovane di ventun anni accusato di aver esploso quei proiettili contro due iscritti all’Anpi, Rossana Gabrieli e Nicola Fasciano, colpendoli rispettivamente alla spalla e alla gola. La ricostruzione dei fatti, partita dalla lettura delle targhe del suo scooter bianco e dall’analisi del suo percorso sul Lungotevere, ha permesso agli investigatori di risalire al presunto autore, il quale, in un primo momento, avrebbe anche ammesso le proprie responsabilità, dichiarando di appartenere alla “Brigata Ebraica”.
Tuttavia, se le indagini procedurali proseguono per fare piena luce sulla dinamica dell’agguato – che ha trasformato una giornata di festa in una scena da cronaca nera – un altro fronte si è aperto sul piano politico e dell’identità storica. La presidente dell’Anpi di Roma, Marina Pierlorenzi, ha raccolto lo sconcerto dei feriti, descrivendo un attacco diretto e mirato contro i fazzoletti tricolori dell’associazione morsi da una violenza che non risparmia nemmeno le celebrazioni più solenni. Pierlorenzi, pur esprimendo la volontà di incontrare il ragazzo per cercare di comprenderne le ragioni – lo fa spesso quando si reca nelle scuole per parlare con i giovani che talvolta ignorano le tragedie del Ventennio – non ha però risparmiato una critica al silenzio delle istituzioni, lamentando l’assenza di una parola chiara da parte della premier Giorgia Meloni su quanto accaduto.
La vicenda giudiziaria, che vede il giovane accusato di tentato omicidio e porto abusivo di armi, sconta inoltre un clamoroso cortocircuito identitario. La proclamazione di Bondì – “Sono della Brigata Ebraica” – diffusa attraverso i media e riportata dalle agenzie, è stata immediatamente e duramente smentita dall’organizzazione stessa. Il direttore del Museo della Brigata Ebraica, Davide Riccardo Romano, ha dichiarato con fermezza di non conoscere l’individuo, specificando che la Brigata non ha né iscritti né rappresentanti nella città di Roma. Romano non ha nascosto l’orrore per quell’atto violento assicurando che la memoria di chi ha combattuto per la libertà non può essere macchiata da simili gesti, annunciando anche l’intenzione di procedere per vie legali contro chi utilizza indebitamente quel nome.




