Ranucci in Vigilanza, tra solidarietà e scontri sulle pressioni

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’audizione di Sigfrido Ranucci in Commissione Vigilanza Rai, che giunge a pochi giorni dal suo passaggio in Antimafia, ha confermato, se mai ce ne fosse stato bisogno, quanto il giornalismo d’inchiesta, quando accende i propri fari su opacità legate a mafie, corruzione negli appalti o narcotraffico, finisca sistematicamente nel mirino di attacchi potenti. Il conduttore di Report, dopo aver ringraziato l’azienda per il supporto ricevuto in seguito all’attentato di cui è stato vittima, ha rapidamente impresso una sterzata netta all’incontro, denunciando con determinazione le pressioni che ritiene di subire e chiedendo, non a caso, che parti del suo intervento vengano secretate. Una richiesta, questa, che da sola basta a delineare un clima di alta tensione, dove le minacce esterne sembrano trovare un pericoloso parallelo in logiche di disturbo interno.

Il nodo delle presunte indagini sui giornalisti

La discussione si è subito infiammata attorno alla questione sollevata in sede antimafia, dove era emersa l’ipotesi di un pedinamento ai danni di Ranucci, presuntamente ispirato dal sottosegretario Fazzolari. Maria Elena Boschi, vicepresidente della bicamerale, ha definito la faccenda “gravissima”, collegandola idealmente alla precedente vicenda mai chiarita che aveva coinvolto un altro giornalista, e sottolineando come sarebbe intollerabile che un governo utilizzasse i servizi segreti per controllare un conduttore sgradito. Da parte sua, Fazzolari ha replicato liquidando le accuse come “assolutamente slegate” dall’attentato e ricostruendo i fatti come una mera indagine, da lui sollecitata, sulla figura del padre della premier Meloni, con la quale la stessa presidente avrebbe interrotto i rapporti da decenni.

La posizione di Scarpinato e il clima d’allarme

A gettare ulteriore benzina sul fuoco, contribuendo a dipingere un contesto che lo stesso Roberto Scarpinato ha definito “inquietante”, sono le parole dell’ex magistrato, il quale in Antimafia ha interrogato Ranucci proprio su questi fantasmi. Secondo la ricostruzione del senatore, i giornalisti che diventano scomodi per l’esecutivo finirebbero nel mirino di controlli oscuri, una pratica che mina alle fondamenta la libertà di stampa e che trasforma ogni inchiesta sgradita in un potenziale bersaglio. Di tutto questo, in Vigilanza, se ne è discusso animatamente, con forti opposizioni da parte dei rappresentanti di Fratelli d’Italia alla richiesta di secretazione, un dettaglio che ha reso ancor più evidente la profonda frattura politica sull’interpretazione dei fatti.

Una vicenda che trascende le singole persone

Al di là delle singole responsabilità e delle versioni contrapposte, ciò che emerge con forza è un meccanismo ben più ampio, per il quale ogni volta che si scava su certi temi – che si tratti di estremismo nero, di stragismo o di collusioni tra criminalità e politica – le reazioni non si fanno attendere. La solidarietà formale, per quanto doverosa, deve dunque tradursi in atteggiamenti coerenti e conseguenti, perché, come dimostrano le parole nette usate in aula, il rischio reale è la normalizzazione di un clima d’intimidazione. Le scintille in commissione, del resto, non sono che la punta di un iceberg fatto di opacità e di paure, che l’attentato a Ranucci, ancora avvolto nel mistero, ha reso purtroppo tangibile.

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