Intelligenza artificiale e sicurezza, il governo accelera sul riconoscimento facciale preventivo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il volto dei cittadini, prima ancora del reato. In piazza, allo stadio o durante un corteo, il governo sposta il confine dell'intelligenza artificiale applicata alla sicurezza, accelerando sul decreto che recepisce l'AI Act europeo. Per sette giorni, nei luoghi ritenuti più sensibili, le caratteristiche biometriche del volto di chi passa davanti a una telecamera potranno essere rilevate e incrociate con i database delle forze dell'ordine, non solo per identificare un sospetto dopo un crimine ma per prevenire, anticipando il pericolo.

A spingere sul pedale è la commissione Politiche europee del Senato, che ha impresso un'accelerazione decisiva all'iter del decreto legislativo, aprendo un fronte di scontro politico che divide la maggioranza e le opposizioni.

Il nodo della prevenzione e l'interpretazione dell'AI Act

La bozza del provvedimento, che recepisce le disposizioni del regolamento europeo sull'intelligenza artificiale, estende di fatto le maglie dell'utilizzo dei sistemi di identificazione biometrica in tempo reale, quelli che i tecnici definiscono "real time" e che richiedono un bilanciamento rigoroso tra esigenze di sicurezza pubblica e diritti individuali.

La norma, così come emendata in commissione, consente alle forze di polizia di attivare il riconoscimento facciale per un arco temporale di sette giorni consecutivi, in aree geografiche delimitate in cui si concentrano grandi assembramenti, manifestazioni pubbliche o eventi sportivi.

Si tratta di un passaggio interpretativo che, nelle intenzioni del governo, non viola lo spirito dell'AI Act ma ne utilizza le deroghe previste per casi di minaccia terroristica o pericoli reali per la sicurezza nazionale, ancorché la precauzione di circoscrivere l'uso a eventi "concreti e specifici" sia stata oggetto di un dibattito serrato.

Il parere del Garante privacy: favorevole ma con riserve

In questo scenario di rincorsa tecnologica e normativa, il Garante per la protezione dei dati personali ha pubblicato il proprio parere sullo schema di decreto, esprimendo un giudizio favorevole ma non senza porre paletti ben precisi. L'Autorità, guidata da Pasquale Stanzione, ha infatti evidenziato come il testo risulti complessivamente coerente con la legge delega n.132 del 2025 e con il quadro europeo, ma abbia bisogno di integrazioni sostanziali per rafforzare le garanzie sui trattamenti di dati biometrici, che appartengono alla categoria dei dati sensibili e richiedono tutele rafforzate.

In particolare, il Garante ha chiesto che venga chiarito in modo inequivocabile il ruolo della supervisione umana all'interno dei processi decisionali automatizzati: un sistema di IA, per quanto avanzato, non può sostituirsi all'operatore nella valutazione finale del rischio o nell'identificazione di un individuo, perché il margine di errore algoritmico, anche se ridotto, produce conseguenze potenzialmente irreversibili sulla libertà personale.

Le richieste di modifica e il nodo della qualità dei database

Tra le osservazioni presentate dal Garante, che sono state riportate anche dalla newsletter ufficiale dell'Autorità, emerge con forza la necessità di definire con maggiore precisione le responsabilità nei progetti di ricerca e sperimentazione che coinvolgono sistemi di intelligenza artificiale applicati alle banche dati biometriche.

Un punto delicato riguarda la qualità delle stesse banche dati: se i fotosegnali e le immagini di riferimento non sono aggiornati o presentano distorsioni, l'intero meccanismo di identificazione preventiva rischia di generare falsi positivi, scambiando l'identità di un cittadino per quella di un ricercato o di un soggetto sottoposto a misure restrittive.

Per questo motivo, il Garante ha chiesto che il decreto specifichi i criteri di qualità e di manutenzione dei database, imponendo anche un coinvolgimento preventivo dell'Autorità negli spazi di sperimentazione normativa (i cosiddetti regulatory sandbox) che comportino trattamenti di dati personali, in modo da evitare che l'innovazione tecnologica proceda senza il contrappeso di una vigilanza indipendente.

Lo scontro politico e il timore della profilazione di massa

Sul fronte parlamentare, l'accelerazione impressa dal governo ha incontrato la ferma opposizione dei partiti di centro-sinistra e del Movimento 5 Stelle, che hanno denunciato il rischio di una profilazione di massa dei cittadini, trasformando ogni manifestazione pubblica in un potenziale bersaglio di controllo biometrico.

A loro avviso, la previsione che consente l'utilizzo del riconoscimento facciale anche in occasione di cortei o assemblee pubbliche, sebbene limitata a sette giorni e a specifiche aree geografiche, rappresenta una deriva sorveglianza di stampo autoritario, perché l'interpretazione del concetto di "pericolo imminente" finisce per essere demandata alla discrezionalità delle forze di polizia, senza un vaglio giurisdizionale preventivo altrettanto celere.

I promotori del provvedimento, al contrario, ribadiscono che la norma non introduce un controllo generalizzato ma uno strumento straordinario, da attivare solo in presenza di circostanze eccezionali e sotto la supervisione dell'autorità giudiziaria, e che la finestra temporale di sette giorni è già prevista dalla normativa europea per i casi di emergenza.

Il quadro tecnico e le implicazioni pratiche

Dal punto di vista tecnico, i sistemi di riconoscimento facciale di nuova generazione integrano algoritmi di deep learning in grado di estrarre le caratteristiche geometriche e strutturali del volto con una precisione che, in condizioni ottimali di illuminazione e qualità dell'immagine, supera il 99 per cento di accuratezza.

Tuttavia, come hanno rilevato numerosi studi indipendenti, le performance degradano sensibilmente in presenza di occlusione (mascherine, occhiali da sole, cappelli), di variazioni dell'angolo di ripresa o di condizioni meteorologiche avverse, fattori che rendono il rischio di errore tutt'altro che trascurabile in contesti dinamici come una piazza affollata o uno stadio.

Ecco perché l'attenzione del Garante sulla qualità dei database e sulla necessità di una verifica umana non è un dettaglio burocratico ma un presidio sostanziale, perché l'identificazione di un cittadino attraverso i dati biometrici, per quanto temporanea e circoscritta, può determinare un controllo amministrativo o giudiziario immediato, come un fermo o una perquisizione, e in quel frangente l'errore di sistema si traduce in un danno concreto e difficilmente risarcibile.

Le prospettive del decreto e l'equilibrio tra diritti e sicurezza

Il decreto legislativo, che dovrà essere approvato in via definitiva dal Consiglio dei ministri prima della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, rappresenta il banco di prova italiano per l'implementazione dell'AI Act in un settore, quello della sicurezza pubblica, che storicamente ha rappresentato un'eccezione alle rigide tutele del Regolamento generale sulla protezione dei dati.

La partita si gioca sull'interpretazione della parola "prevenzione": se il riconoscimento facciale può essere legittimamente usato per anticipare un attentato o un reato violento in un'area già sotto minaccia, oppure se possa essere esteso a ogni evento pubblico in cui, ipoteticamente, potrebbe verificarsi un episodio criminoso.

In questo delicato equilibrio, il parere del Garante non è vincolante ma il governo ha già fatto sapere di voler tenere conto delle osservazioni, in particolare quelle relative alla supervisione umana e alla qualità dei dati, anche per scongiurare il rischio di ricorsi giudiziari che potrebbero paralizzare l'applicazione della norma.

Per il momento, il testo è tornato in commissione per la predisposizione degli emendamenti correttivi, mentre le associazioni per i diritti civili annunciano battaglia e monitorano ogni passaggio, consapevoli che il confine tra sicurezza e libertà, in Italia come nel resto d'Europa, si sta ridefinendo attraverso il codice binario degli algoritmi.

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