L’ora del pasto. Zandegù e la Parigi-Roubaix, l’inferno del nord est
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Redazione Sport
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Domenica 7 aprile 1968, 262 chilometri, 136 partenti, pronti via. Era la Parigi-Roubaix. Di bello, il tempo. Di brutto, tutto il resto. Di orrendo – da qui in poi prendete le cifre con beneficio d’inventario – intorno al centoventesimo chilometro, Dino Zandegù (padovano di Rubano, anni quasi 28, maglia Salvarani, dorsale 110) al suo secondo e ultimo “inferno del nord” – il primo lo aveva concluso in un ospedale – sente la ruota ballare. Passata indenne la foresta di Arenberg, in una delle foto lo vediamo come il penultimo della fila sulla banchina destra, alla sua ruota c’è Poggiali, ma il destino è già in agguato. Oggi, a distanza di quasi sessant’anni, quel dramma silenzioso del pavé si ripresenta sotto menti spoglie, se è vero che a sfidare le pietre ci sarà chi la storia l’ha già riscritta altrove.
Pogacar sposta i limiti umani: è uscito dallo spazio, ora corre nel tempo
Tadej Pogacar, 27 anni, domani rincorrerà la storia sul pavé della Parigi-Roubaix. Lo sloveno insegue l’unico Monumento che gli manca, per affiancare i tre grandi fiamminghi che le hanno vinte tutte e 5: Van Looy, De Vlaeminck e Merckx. Quest’ultimo, Eddy Merckx, 80 anni, lunedì tornerà sotto i ferri in una clinica belga: sarà operato ancora all’anca, un calvario iniziato nel dicembre 2024 con una caduta in bici a un passaggio a livello, cui sono seguiti l’impianto di una protesi e una serie di interventi chirurgici, non tutti felici. Lui, il Cannibale, guarda da lontano mentre il suo erede prova a eguagliare quell’intoccabile collezione di cinque corone; se ci riuscisse, Pogacar non vincerebbe solo una corsa, ma sigillerebbe una supremazia iniziata con la Sanremo e il Fiandre di questa stessa primavera.
Roubaix, l’Inferno chiama i suoi re: Pogačar sfida Van der Poel
Alla vigilia della Parigi-Roubaix 2026, l’Europa del ciclismo si prepara a un duello epocale. Sul pavé più temuto del mondo – 30 settori per oltre 50 chilometri di massi tremanti – tutto è pronto per una battaglia senza appello. Dimenticate le salite: qui la sfida è un’altra, fatta di potenza bruta e resistenza meccanica. Mathieu Van der Poel, vincitore delle ultime tre edizioni, si erge come il guardiano dell’inferno, mentre Filippo Ganna, Wout van Aert e Mads Pedersen rappresentano le mine vaganti pronte a esplodere nel vento del nord. L’attesa è palpabile, perché se Pogacar riuscisse a domare l’unico territorio che ancora gli resiste, la sua ascesa assumerebbe i contorni di una leggenda paragonabile solo a quelle dei giganti del secolo scorso.
L’attesa dell’Inferno del Nord e il verdetto della tv
C’è un momento, alla vigilia, in cui il silenzio pesa più del rumore. La macchina organizzativa è già in moto: si parte da Compiègne per concludere nel mitico velodromo di Roubaix, e il pubblico potrà seguire ogni scossone in televisione. La Rai aprirà il collegamento su Raidue alle 14,45, con la telecronaca affidata a Stefano Rizzato, affiancato al commento tecnico da Silvio Martinello e con Silvano Ploner impegnato per le interviste. Nel frattempo, però, un’altra ombra si allunga sul villaggio partenza: quella di Eddy Merckx, che proprio lunedì affronterà il settimo intervento chirurgico. I medici non riescono a individuare l’origine dell’infezione all’anca che lo tormenta, e il campione belga ha confessato tutta la sua stanchezza: ne ha abbastanza, dopo un calvario iniziato con una caduta banale e proseguito tra protesi e infezioni. Due storie che si intrecciano: chi cerca la gloria assoluta e chi combatte contro il tempo.




