La “Davos russa” tra fantapolitica e presenze sgradite: il forum di Putin sfida l’isolamento

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nelle aule del Forum economico internazionale di San Pietroburgo, la vetrina ambita dall’economia russa nonostante le sanzioni e la rottura con l’Occidente, si respira l’aria di una narrazione quasi surreale: quella di una Russia vittoriosa pronta ad annettere Kyiv e Kharkiv, capace di far collassare l’Unione Europea.

In attesa del discorso di Vladimir Putin, previsto per domani, gli ospiti che si aggirano tra i corridoi dell’edizione 2026 – la prima sotto la presidenza di Trump ormai stabilmente insediato alla Casa Bianca – possono studiare con attenzione persino l’installazione dedicata all’albero genealogico del presidente, mentre fuori, a ricordare la fragilità della sicurezza, si alzano i fumi degli ultimi attacchi dei droni ucraini contro la città natale del leader del Cremlino.

L’evento, che si tiene in concomitanza con le celebri notti bianche cantate da Dostoevskij, ha perso i fasti di un tempo, quelli in cui leader come Macron o Merkel calpestavano il suolo russo per siglare lucrosi contratti energetici; oggi il Cremlino deve accontentarsi di una rappresentanza composita, fatta di politici di secondo piano, imprenditori rimasti fedeli e personaggi mediatici dal profilo quantomeno discusso.

Il caso Geraci e lo scontro sul tesserino del governo italiano

Tra i partecipanti spicca – suo malgrado – il nome dell’Italia, o meglio di un suo ex rappresentante. Michele Geraci, già sottosegretario al ministero dello Sviluppo economico ai tempi del governo gialloverde guidato da Giuseppe Conte, è stato presente alla kermesse intervenendo a una tavola rotonda sul disordine mondiale. Quello che doveva essere un ritorno ordinario per un economista che da tempo coltiva rapporti con Mosca e con la Cina, si è trasformato in un piccolo caso diplomatico.

A far scattare la polemica è stato il badge esposto dall’ex politico: il tesserino lo accreditava come rappresentante del dicastero del Made in Italy, circostanza prontamente smentita dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) con una nota secca. L’amministrazione ha chiarito che Geraci non ha ricevuto alcun incarico ufficiale, definendo l’indicazione sul cartellino “infondata ed estranea” al dicastero, gettando così un’ombra di ambiguità sulla reale natura della sua partecipazione.

Gli “amici” dell’America e la strategia del Cremlino

Se la delegazione americana non è più quella di una volta, la sua presenza sul lungofiume della Prospettiva Nevskij è comunque sufficiente per permettere al Cremlino di lanciare un messaggio politico preciso: non tutta l’America ha voltato le spalle a Mosca, nonostante la guerra e la rottura con l’alleanza atlantica. Tra gli ospiti più chiacchierati figurano Steven Seagal, attore naturalizzato russo e da sempre sostenitore di Putin, e la commentatrice conservatrice Candace Owens, al suo primo viaggio nel paese e protagonista di un panel dedicato ai valori familiari.

A dare un tono quasi istituzionale alla rappresentanza ci pensa Rodney Cook, presidente della Commissione per le Belle Arti degli Stati Uniti nominato da Trump: la sua partecipazione è stata sbandierata a piacere dal Cremlino, che lo ha descritto come il capo della prima delegazione ufficiale americana a San Pietroburgo dal 2017.

Si aggirano inoltre nei paraggi figure come l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder o gli influencer Andrew e Tristan Tate, questi ultimi atterrati a Mosca nonostante le accuse pendenti per traffico di esseri umani e stupro, a dimostrazione di come la “Davos russa” stia diventando sempre più un contenitore per chi l’Occidente, in questo preciso momento storico, preferisce tenere ai margini.

Un’edizione tra bassa partecipazione e vetrina ideologica

I numeri ufficiali parlano di rappresentanti provenienti da oltre 130 paesi, ma basta scorrere i nomi dei relatori principali per accorgersi di quanto il cerchio dei veri alleati si sia ristretto ai presidenti di Uzbekistan e Tanzania, affiancati da ministri di Cuba, Bielorussia ed Emirati Arabi. L’agenda dell’incontro è fitta: oltre 300 eventi in programma, con dialoghi che spaziano dalla cooperazione tecnologica ai cambiamenti strutturali dell’economia russa, passando per i dialoghi d’affari tra Mosca e i paesi dei Brics.

È evidente, agli occhi degli osservatori internazionali, come il forum funga orami da una sorta di “potemkin village” – una facciata patinata per mostrare un paese vitale e aperto agli investimenti – laddove la realtà dei fatti racconta di un’economia di guerra sempre più dipendente dall’asse asiatico e da quei frammenti di Occidente disposti a chiudere un occhio sulle violazioni del diritto internazionale pur di strappare un contratto.

L’assenza di riferimenti espliciti al conflitto nel programma ufficiale è solo l’ennesima conferma di questa strategia di dissimulazione: la guerra non si nomina, ma i suoi effetti – come i droni abbattuti pochi chilometri più in là – permeano ogni angolo di questa edizione del Forum.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.