Dario Fo, cento anni tra Varese e le polemiche milanesi
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il centenario della nascita di Dario Fo, avvenuta il 24 marzo 1926 a Sangiano, trasforma il territorio varesino in uno dei fulcri delle celebrazioni nazionali, con un’attenzione particolare al legame profondo che il Premio Nobel per la Letteratura del 1997 e la sua compagna, Franca Rame, hanno sempre intrecciato con queste terre. Sono il Comune di Varese e l’Università degli Studi dell’Insubria, con il contributo del Festival Tra Sacro e Sacro Monte, a promuovere un programma che intende restituire la complessità dell’opera dell’artista, andando oltre la semplice commemorazione. Non si tratta solo di ricordare le date, ma di valorizzare quel filo rosso che legava la coppia a un’area, quella prealpina, dove la memoria affonda le radici in episodi concreti: è il caso del 17 giugno 2015, quando Fo fu accolto nell’Aula Magna dell’Ateneo per presentare “Un uomo bruciato vivo. Storia di Ion Cazacu”, volume scritto con Florina Cazacu che ripercorreva la tragica morte dell’operaio romeno a Gallarate. Proprio da quella vicenda, simbolo di diritti negati e sfruttamento, prende spunto uno degli appuntamenti principali in fase di progettazione: una mostra di opere pittoriche che sarà allestita in autunno ai Musei Civici di Villa Mirabello, concepita come una riflessione sul mondo del lavoro, tema centrale nella poetica di Fo.
Un percorso di studi e la riscoperta del “giullare”
L’Università dell’Insubria, dal canto suo, ha scelto di non limitarsi all’evento sporadico, innestando la memoria di Fo nel solco della didattica e della ricerca. Un percorso di studi che coinvolge i corsi di Letteratura italiana del Novecento e Didattica della letteratura italiana, con l’obiettivo di alimentare nuove tesi di laurea e favorire collaborazioni con la Fondazione Fo Rame. Tra i progetti più rilevanti spicca l’attenzione dedicata all’“affabulazione” su San Francesco, quella figura del “Lu santo jullare Francesco” che Fo portò in scena nel 1997 con un’interpretazione tanto controversa quanto affascinante; il testo viene analizzato anche attraverso materiali preparatori come appunti manoscritti, in un anno che segna l’ottavo centenario della morte del Frate d’Assisi. Lo spettacolo, affidato a luglio a Mario Pirovano tra gli interpreti storici della compagnia, troverà una collocazione suggestiva alla quattordicesima cappella del Sacro Monte, nell’ambito del Festival diretto da Andrea Chiodi. Un ritorno sul territorio, quello di Fo, che Mattea Fo, presidente della Fondazione e nipote della coppia, definisce significativo per la capacità di tenere insieme memoria, arte e impegno civile, ricordando come Varese sia stata luogo di studi per Franca Rame.
L’assenza di Milano e le parole di Jacopo Fo
Mentre Varese costruisce un ponte tra passato e futuro attraverso la didattica e l’allestimento di mostre, il quadro nazionale delle celebrazioni si tinge di toni più aspri, soprattutto per quanto riguarda il rapporto con Milano. Il centenario, che ha visto il via ufficiale a Roma con l’annullo del francobollo commemorativo e la presentazione del Comitato Nazionale al Ministero della Cultura, è stato accompagnato da un acceso dibattito sulla scarsa attenzione riservata dalla città meneghina. Le iniziative ufficiali milanesi, infatti, si sono concentrate principalmente sulla posa di una targa commemorativa presso l’abitazione di corso di Porta Romana 132, dove Fo e Franca Rame vissero negli ultimi anni. Un gesto che la famiglia, in particolare la nipote Mattea, ha giudicato come insufficiente per un premio Nobel che ha dato lustro alla città nel mondo, sottolineando che “il Comune poteva fare di più”. Il figlio Jacopo Fo, in un intervento ripreso dall’ANSA, è stato ancora più tranchant, dichiarando che “a Milano non ci vogliono”, e che le proposte avanzate negli anni sarebbero state stracciate dall’amministrazione.
L’eredità teatrale e la difficoltà di reinterpretazione
Al di là delle polemiche istituzionali, il dibattito sul centenario apre una riflessione più profonda sullo stato attuale della messinscena dell’opera di Fo. Mentre in cento nazioni sono stati organizzati eventi – con Jacopo Fo che descrive una carta geografica del mondo costellata di spettacoli – il panorama italiano, e milanese in particolare, rivela alcune criticità. L’offerta teatrale appare infatti limitata a riproposte quasi filologiche, come quelle di “Mistero Buffo” o di alcuni monologhi al femminile, mentre “Morte accidentale di un anarchico” – forse ritenuto il testo più adatto al contesto attuale nonostante sia lontano dalle dinamiche storico-politiche che lo generarono – ha conosciuto una circolazione più ampia. La domanda che aleggia tra gli addetti ai lavori è se la difficoltà di misurarsi con la grandezza di Fo come interprete, il mutamento del quadro ideologico, o forse la mancanza di attori capaci di padroneggiare la grammatica della farsa e quella comicità che oggi appare meno trasgressiva, stiano allontanando le sue commedie dai palcoscenici principali, riducendole a un ricordo d’anniversario piuttosto che a un repertorio vivo e pulsante.




