Veneto, via libera alla legge sul commercio: stretta sui centri commerciali e svolta per i negozi di vicinato

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La lunga attesa, fatta di promesse elettorali, tentativi andati a vuoto nella scorsa legislatura (quando addirittura si parlò di Pdl "gemelli" tra maggioranza e opposizione) e un lavoro di concertazione durato tre mesi con le associazioni di categoria, si è conclusa ufficialmente ieri mattina. La giunta regionale del Veneto, riunita a palazzo Ferro Fini per affrontare un so ordine del giorno di ben 57 provvedimenti, ha infatti dato il via libera al nuovo Testo unico sul Commercio. Una riforma, questa voluta dall’assessore allo Sviluppo Economico Massimo Bitonci, che si propone di stravolgere le attuali dinamiche del settore, mettendo un freno alla proliferazione della grande distribuzione e restituendo fiato, si spera, ai polmoni dei centri storici.

La stretta sulle superfici e la “nuova” soglia dei 400 mq

Il cuore pulsante della manovra, che ora dovrà superare l’esame del consiglio regionale, è senza dubbio l’inasprimento dei vincoli per le medie e grandi strutture di vendita. Un fenomeno, quello dell’espansione abnorme di questi colossi dello shopping, che secondo il governatore Alberto Stefani e il suo assessore aveva finito col soffocare il piccolo commercio. La norma più attesa, e probabilmente anche la più discussa, è quella che ridefinisce il concetto di “media struttura”, abbassandone la soglia massima a soli 400 metri quadrati: una mossa che di fatto ridimensiona le possibilità di espansione delle catene fuori dai contesti urbani consolidati. A ciò si aggiunge la previsione di valutazioni preventive da parte dei Comuni sull’impatto urbanistico, ambientale e viabilistico delle nuove aperture, estendendo inoltre gli oneri di sostenibilità per quelle collocate fuori dai centri storici, in un’ottica di contenimento del consumo di suolo e di recupero, invece, delle aree dismesse o degradate.

Rivoluzione nei servizi: l’idrogeno dal benzinaio e la focaccia in piedi

Se da un lato la legge irrigidisce le maglie per i grandi attori del commercio, dall’altro allenta notevolmente la pressione burocratica per le piccole realtà. La riforma introduce un massiccio snellimento amministrativo, digitalizzando le procedure e rafforzando il ruolo dello Sportello Unico per le Attività Produttive (Suap), nella convinzione che meno ostacoli possano incentivare la nascita di nuove imprese. Ma non è tutto, perché la legge introduce anche due novità sostanziali che cambieranno il volto delle attività quotidiane. Da una parte, le stazioni di servizio vengono trasformate in "punti di erogazione di servizi alla mobilità": ciò significa che accanto alla benzina, il gestore potrà offrire colonnine per la ricarica elettrica e persino erogatori di idrogeno, allineandosi alle politiche europee sulla transizione energetica. Dall’altra, i negozi di vicinato potranno concedere ai clienti la cosiddetta “somministrazione non assistita”. Tradotto: sarà possibile consumare una focaccia appena sfornata in piedi fuori dal panificio o sorseggiare un bicchiere di vino davanti a una cantina, ma senza sedute, senza camerieri e solo con prodotti già pronti. Una misura, questa, pensata per non creare concorrenza sleale a bar e ristoranti (che hanno regole più stringenti), ma che di fatto amplia l’offerta dei piccoli esercenti.

La desertificazione commerciale: i numeri di una crisi sociale

L’urgenza di un intervento così radicale è del resto certificata da dati oggettivi, diffusi solo pochi giorni fa dall’istituto di ricerca Nomisma e che hanno spinto il presidente di Confcommercio Vicenza, Nicola Piccolo, a lanciare un nuovo allarme. Tra il 2015 e il 2025, la sola provincia di Vicenza ha dovuto registrare la chiusura di oltre 1.300 negozi al dettaglio; un dato che si inserisce in un trend nazionale drammatico, considerando che a livello nazionale le serrande abbassate sono state più di 85 mila e circa 10 mila in Veneto. Un’emorragia che Piccolo definisce non solo un danno economico per i territori, ma “una perdita sociale”, visto il ruolo di coesione e presidio di sicurezza che queste attività rappresentano nei quartieri e nei piccoli paesi. Curiosamente, l’unica nota di assoluta controtendenza in questo quadro di crisi riguarda bar e ristoranti, i quali, complice forse il boom turistico e nuove abitudini di consumo, vivono invece un momento di grande espansione, quasi a dimostrare che la voglia di socialità degli italiani si sta semplicemente spostando in altri canali.

Un consenso trasversale (ma con riserve) dalle associazioni

Nonostante la complessità del testo e la delicatezza di alcuni interventi, il primo riscontro da parte delle categorie economiche sembra essere positivo. Il Testo unico, che tra l’altro prevede uno stanziamento di 10 milioni di euro per il 2026 a sostegno dei distretti del commercio e delle attività storiche, ha raccolto il plauso, seppur con le dovute cautele, di Confcommercio e Confesercenti. L’accento posto sul sostegno al commercio di prossimità e sulla lotta alla desertificazione dei centri storici ha evidentemente centrato il bersaglio degli interessi delle associazioni, le quali hanno apprezzato il metodo del confronto preventivo. Rimasero, infatti, come retroscena dell’ultima legislatura, i tentativi di riforma (quasi) bipartisan della consigliera d’opposizione Elena Ostanel e dell’allora assessore Roberto Marcato, finiti poi arenati in commissione; un rischio che l’attuale amministrazione, guidata da Bitonci, spera di aver scongiurato con la forza della maggioranza.

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