Veneto, stretta sui centri commerciali nella nuova legge per salvare i negozi di vicinato
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Redazione Economia
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Il lungo iter che aveva portato in dote all’opposizione e alla precedente maggioranza due proposte quasi gemelle, per poi arenarsi negli scampoli della scorsa legislatura, si è finalmente concluso con un approdo netto. La nuova legge regionale sul commercio, quella che porterà la firma dell’attuale assessore Massimo Bitonci dopo i tentativi (andati a vuoto) della consigliera Elena Ostanel e dell’ex assessore Roberto Marcato, ha superato lo scoglio della giunta a palazzo Ferro Fini per approdare ora in consiglio. Era il 30 aprile quando l’esecutivo – chiamato a districarsi fra ben 57 provvedimenti – ha dato il via libera al testo unico, un provvedimento che, a sentire le dichiarazioni dello stesso Bitonci, «mette ordine a una normativa frammentata» rispondendo a quelle trasformazioni profonde che hanno cambiato il volto delle città.
Numeri da ecatombe e la risposta alla desertificazione
Non si può comprendere la portata del giro di vite se non si guarda alla fotografia scattata da Nomisma pochi giorni prima dell’approvazione, un report che certifica una vera e propria emorragia: diecimila serrande abbassate in dieci anni. E l’unico segmento che tira davvero – quello della ristorazione, con bar e locali in grande espansione – non basta certo a riempire i vuoti lasciati dalle vetrine spente. Il provvedimento, che ha raccolto il plauso (scontato, vista l’impostazione) di Confcommercio e Confesercenti, punta dunque a invertire il trend con un mix di carota e bastone. Da un lato, snellimento burocratico e semplificazione per i piccoli esercenti; dall’altro, una vera e propria morsa sulle medie e grandi strutture di vendita, quelle ritenute corresponsabili della crisi del commercio tradizionale.
Regole più dure per i grandi supermercati
Il cuore della riforma sta nella ridefinizione dei parametri urbanistici. Se fino a ieri le medio-grandi strutture (pensiamo ai supermercati di quartiere o ai grandi marchi del bricolage) potevano godere di una certa tolleranza burocratica, ora il disco si stringe. La nuova soglia tecnica è severa: le medie strutture vengono limitate a soli 400 metri quadrati, e la loro apertura non sarà più una semplice pratica da Suap ma richiederà valutazioni preventive da parte dei Comuni sull’impatto viabilistico e ambientale. In sostanza, una catena che volesse aprire un punto vendita da 800 metri dovrà ora sottostare agli stessi vincoli pensati per i maxi parchi commerciali da 1.500 metri in su. Un cambiamento sostanziale che, nelle intenzioni della giunta guidata dal presidente Alberto Stefani, dovrebbe disincentivare la proliferazione selvaggia.
Pizza in piedi e distributori di idrogeno
Ma non c’è solo il “pugno duro” verso la grande distribuzione. La legge prova a ridisegnare l’esperienza stessa del commercio di prossimità, concedendo spazi di elasticità che prima erano inesplorati. Il negozio di vicinato, per esempio, potrà ora offrire la somministrazione (senza camerieri, rigorosamente in piedi e solo con prodotti pronti) per non farsi soffiare la clientela da bar e ristoranti mantenendo però le distanze. E poi c’è la scommessa green, con le stazioni di servizio che mutano ufficialmente la loro natura diventando «punti di erogazione di servizi alla mobilità», pronti a erogare idrogeno ed energia elettrica accanto alla benzina. Lo stesso Bitonci ha rivendicato un lavoro di concertazione durato tre mesi, in cui si è cercato di bilanciare le esigenze di chi vende con quelle di chi vuole rivitalizzare i centri storici, cercando di arginare quel degrado che avanza laddove una vetrina si spegne e non si riaccende più.




