Bergamo prima in Lombardia per tenuta delle imprese, ma il prezzo pagato dai negozi di vicinato è altissimo
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Redazione Economia
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C’è un paradosso, se si vuole, nei numeri che emergono dall’undicesima edizione dell’Osservatorio “Città e demografia d’impresa” di Confcommercio, una fotografia scattata sull’evoluzione del tessuto commerciale in 122 comuni medio-grandi italiani tra il 2012 e il 2025. Bergamo, infatti, si posiziona al primo posto in Lombardia per tenuta delle imprese e conquista addirittura il terzo gradino del podio nel Nord Italia, un risultato che, a un primo sguardo superficiale, potrebbe persino far tirare un sospiro di sollievo. Eppure, basta grattare via la patina di questa classifica per imbattersi in una realtà assai più complessa e, per certi versi, contraddittoria: dal 2012, la città ha perso il 21% delle sue attività, una flessione che colpisce in modo particolarmente duro i negozi di vicinato, quelle botteghe e quei piccoli esercizi commerciali che storicamente hanno costituito non solo un presidio economico, ma anche un punto di riferimento sociale e un elemento di vitalità per quartieri e frazioni.
A livello nazionale, del resto, il quadro tracciato dall’analisi dell’Ufficio Studi di Confcommercio, elaborata su dati del Centro Studi delle Camere di Commercio Tagliacarne, non lascia spazio a interpretazioni troppo ottimistiche: il commercio al dettaglio fisso e ambulante ha visto sparire 156 mila punti vendita, un’emorragia che ha riguardato un po’ tutte le città, da Nord a Sud. E se in centri come Agrigento o Ancona il crollo ha superato percentuali drammatiche come il 35%, anche in una realtà come Rimini le difficoltà sono ormai palesi e documentate. L’unico comparto che, in controtendenza, mostra un segno positivo è quello dei servizi di alloggio e ristorazione, cresciuto di 19 mila unità nel medesimo arco temporale, a dimostrazione di una trasformazione profonda delle abitudini di consumo e, probabilmente, di una diversa destinazione degli spazi commerciali urbani.
Il prezzo della tenuta: una selezione spietata che cambia il volto della città
Mariano Bella, direttore dell’Ufficio studi di Confcommercio, non usa giri di parole per descrivere il fenomeno, parlando anzi di una preoccupante accelerazione del trend di chiusure: il tasso medio annuo, spiega, ha toccato il 3,1% nel 2025, una percentuale sensibilmente più alta rispetto al 2,2% rilevato nelle precedenti rilevazioni. Il rischio concreto, se la dinamica dovesse proseguire su questi livelli, è quello di ritrovarsi tra qualche anno con centri urbani meno illuminati, porzioni di città trasformate in quartieri-dormitorio e fasce di popolazione, in particolare quella più anziana, in seria difficoltà persino per le attività quotidiane come la spesa, senza contare il possibile aggravarsi del degrado in alcune zone. A Bergamo, la resilienza complessiva del sistema imprenditoriale, che pure le vale il primato regionale, non riesce dunque a nascondere la sofferenza specifica del piccolo commercio, quello che fino a qualche decennio fa rappresentava l’ossatura stessa dell’economia cittadina e che oggi si trova a fare i conti con affitti in costante aumento, con la concorrenza della grande distribuzione e con l’inarrestabile ascesa degli acquisti online.
Oltre i dati aggregati: il territorio tra aperture e un turnover sempre più accelerato
Guardando ai dati più aggiornati sull’andamento del terziario a Bergamo, emergono segnali che meritano di essere letti con attenzione, al di là del semplice saldo tra aperture e chiusure. Nel primo trimestre del 2025, l’Osservatorio di Confcommercio Bergamo, realizzato in collaborazione con Format Research, aveva registrato un aumento delle nuove iscrizioni di imprese (754 contro le 703 del 2024) e una parallela diminuzione delle cessazioni, con un saldo negativo che, pur restando tale, migliorava sensibilmente passando da -480 a. Un dato, questo, che sembrava suggerire una fase di relativa stabilizzazione dopo gli anni più duri della crisi. Eppure, già a luglio, analizzando l’andamento del primo semestre, il direttore di Confcommercio Bergamo Oscar Fusini aveva messo in guardia da letture troppo trionfalistiche: il saldo positivo di 870 imprese nei settori del commercio, turismo e servizi, pur rappresentando un dato quantitativamente rilevante, nascondeva infatti un’impennata del turnover, con un numero di aperture e chiusure raddoppiato rispetto al periodo precedente la pandemia.
Fusini, in quell’occasione, aveva sottolineato come questa elevata mortalità delle nuove iniziative imprenditoriali segnalasse una crescente difficoltà per chi tenta di inserirsi nel mercato a trovare una collocazione stabile e duratura. A questo si aggiunge, come ulteriore elemento di debolezza, il fenomeno delle aperture di imprese prive di una sede fisica e concreta, un dato che contribuisce a spiegare la progressiva perdita di vetrine nei centri storici e nei quartieri. Una difficoltà, quest’ultima, che avrebbe cominciato a investire persino il settore dei pubblici esercizi, un tempo tra i più vivaci e dinamici, e che oggi mostra segni di affaticamento e un preoccupante deficit nel ricambio generazionale. La fotografia scattata dall’Osservatorio nazionale, insomma, non solo trova piena corrispondenza nella realtà locale, ma si arricchisce di sfumature che raccontano di una città in bilico tra la capacità di attrarre nuove iniziative e la fatica di trattenerle, con il commercio tradizionale che continua a pagare il prezzo più alto di questa transizione.




