Nuove accuse per Galvagno, la procura contesta il falso sull'auto blu
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Redazione Interno
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La Procura di Palermo ha notificato al presidente dell'Assemblea regionale siciliana, Gaetano Galvagno, un nuovo e più articolato avviso di conclusione delle indagini, nel quale, oltre ai reati di peculato e corruzione già ipotizzati, vengono contestati anche il falso ideologico in atto pubblico e la truffa. L’inchiesta, che si è concentrata sull’utilizzo improprio dei fondi pubblici destinati a eventi e manifestazioni, subisce dunque una significativa evoluzione, estendendo il proprio raggio d’azione a un ulteriore aspetto della gestione della cosa pubblica: l’impiego dell’auto di servizio. Il provvedimento, che sostituisce integralmente quello reso noto lo scorso luglio, delinea un quadro accusatorio più complesso, andando a toccare, con le nuove imputazioni, anche la condotta del suo autista, Roberto Marino, coinvolto in prima persona nelle contestazioni relative agli spostamenti del veicolo.
Il doppio filone dell'inchiesta
Il procedimento penale, che ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati dell’esponente di Fratelli d’Italia, si compone ormai di due distinte sezioni, sebbene tra loro collegate. Da un lato, permane l’accusa di corruzione per la gestione dei finanziamenti assegnati alla manifestazione “Un Magico Natale”, un’ipotesi delittuosa che, secondo quanto riportato nel documento, sostituisce e assorbe la precedente contestazione legata ai fondi per il Capodanno di Catania. Dall’altro, prende Corpo il filone relativo al peculato, che investe in pieno le modalità con cui sarebbe stato impiegato il veicolo di servizio a disposizione della presidenza dell’Ars, i cui costi, come è noto, gravano sul bilancio pubblico.
La posizione dell'autista e il falso ideologico
A rendere più severa la posizione di Galvagno è proprio l’episodio connesso all’auto blu, sul quale i magistrati hanno costruito le ulteriori accuse di falso e truffa. Secondo la ricostruzione della Procura, l’autista Roberto Marino, il quale, in qualità di “assistente parlamentare addetto alle funzioni di autista” e in quanto “agente di pubblica sicurezza”, rivestirebbe la qualifica di pubblico ufficiale, avrebbe sistematicamente firmato “atti pubblici consistenti in fogli di missione con annessa richiesta di rimborso spese”. Tali documenti, che attestavano gli spostamenti del mezzo, conterrebbero dichiarazioni non veritiere, costituendo dunque il presupposto per la contestazione del falso ideologico in atto pubblico, reato per il quale è chiamato a rispondere in concorso con il suo superiore. La falsa attestazione, stando all’accusa, avrebbe poi ingenerato un errore nell’amministrazione, la quale, fiduciosa nella veridicità delle dichiarazioni, avrebbe erogato indebitamente i rimborsi, configurando così gli estremi della truffa ai danni dello Stato.
L'evoluzione delle contestazioni
Con il deposito di questo nuovo atto, il quadro processuale muta sensibilmente, mostrando come le indagini abbiano proseguito nel loro lavoro di scavo. Se inizialmente l’attenzione si era concentrata su specifici eventi e sulla possibile destinazione distortà di fondi, ora l’oggetto delle accuse si è allargato, comprendendo una condotta amministrativa quotidiana come quella legata ai viaggi di servizio. Questo passaggio, che dalla corruzione approda al falso documentale, segna un inasprimento della posizione giudiziaria dell’esponente politico, il quale dovrà confrontarsi con un ventaglio di imputazioni più ampio e articolato, tutte riconducibili a una gestione dei beni e delle risorse pubbliche che i magistrati palermitani considerano, allo stato, non conforme alla legge.




