Mosca e la telefonata che complica la pace, mentre a Washington si cerca il traditore di Witkoff

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’apertura di Mosca sui negoziati di pace per l’Ucraina, annunciata con un certo clamore, si scontra ora con una bufera politica scatenatasi a Washington, la quale rischia di compromettere, almeno nel breve periodo, qualsiasi fragile tentativo di mediazione. L’agenzia Bloomberg, infatti, ha reso pubbliche delle conversazioni telefoniche, definite “segrete”, intercorse tra l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff e il consigliere di Putin Yuri Ushakov; dialoghi che, secondo quanto trapelato, avvallerebbero in pieno le preoccupazioni di chi, da tempo, sosteneva come il piano di pace promosso dall’amministrazione americana fosse eccessivamente sbilanciato verso le volontà del Cremlino, piuttosto che orientato a costruire una soluzione giusta e, soprattutto, sicura per Kiev. La trascrizione pubblicata, un documento che ha il crudo sapore di una resa dei conti, ha di fatto smascherato le reali intenzioni, mostrando come Witkoff suggerisse all’interlocutore russo la via più agevole per giungere a un’intesa che fosse gradita al presidente Trump e, al contempo, favorevole a Mosca.

La caccia alla talpa e le ombre sul deep state

La domanda che ora agita i circoli politici e diplomatici, e che il quotidiano russo “Kommersant” ha posto nero su bianco con un titolo eloquente, è “Chi ha incastrato Steve Witkoff?”. L’interrogativo, più che legittimo, punta il dito verso una regia occulta, poiché qualcuno deve aver tradito l’inviato e, per farlo, deve disporre di mezzi e di un accesso tali da riuscire in un’operazione di così alto profilo. L’identità di quella persona, o di quel gruppo, contiene forse la chiave per interpretare le tensioni che lacerano il cosiddetto deep state, i livelli più profondi e meno visibili dell’apparato governativo e delle sue diramazioni; tensioni che, verosimilmente, offrono anche un primo, significativo spaccato delle lotte intestine che già premono all’interno del partito repubblicano, le quali si intensificheranno in vista del post-Trump.

Il piano smascherato e le ripercussioni immediate

Lo scoop di Bloomberg, come analizzato da Federico Fubini, ha rivelato nel dettaglio come il “piano in 28 punti”, con cui l’America avrebbe di fatto svenduto l’Ucraina alla Russia, fosse stato in sostanza dettato all’inviato di Trump direttamente dal Cremlino. Una strategia che, per fortuna delle parti coinvolte che la ritenevano pericolosa, è stata poi messa in stand by e successivamente corretta grazie alle pressioni congiunte di ucraini ed europei. La pubblicazione di quelle parole, tuttavia, ha avuto l’effetto immediato di gelare la situazione, facendo sì che, simbolicamente, nel “Giorno del ringraziamento” il tycoon alla guida degli Stati Uniti non potesse mettere in tavola alcun concreto annuncio di “pace”, un obiettivo che sembrava a portata di mano e che invece si è allontanato bruscamente.

Le correnti sotterranee della politica Usa

Dietro la vicenda della telefonata trapelata, al di là della semplice cronaca, si intravede con chiarezza la lotta spietata tra diversi apparati americani, ognuno con le proprie agende e lealtà. Una resa dei conti che non si limita alla contrapposizione tra amministrazione e servizi, ma che si estende anche allo scontro per la successione nella prossima Casa Bianca, con figure come Rubio e Vance che si muovono già in prospettiva, cercando di ritagliarsi uno spazio e un’influenza determinanti per il futuro. La bufera su Witkoff, dunque, non è che il sintomo più evidente di un conflitto più ampio e profondo, i cui esiti sono tutt’altro che scontati e le cui ripercussioni continueranno a riverberarsi sulla scena internazionale.

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