Fondi e condizioni: i paletti del piano di Bruxelles per il riarmo dei 27

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La Commissione europea ha recentemente presentato un ambizioso piano, ribattezzato ReArm Europe - Readiness 2030, con l’obiettivo di rafforzare la difesa comune degli Stati membri entro i prossimi cinque anni. L’iniziativa, che sostituisce precedenti proposte, mira a colmare le carenze degli arsenali europei, accelerando gli investimenti nell’industria militare e riducendo la dipendenza dagli Stati Uniti, in un contesto geopolitico segnato dalla minaccia russa e dal progressivo disimpegno americano.

Al centro del progetto c’è l’intenzione di sviluppare un’industria della difesa continentale più autonoma, capace di rispondere alle sfide future. Per raggiungere questo obiettivo, Bruxelles ha delineato una roadmap che prevede, entro giugno, l’adozione dello strumento Safe (Strategic Armament Fund for Europe), un fondo destinato a finanziare progetti congiunti tra i Paesi membri. Tuttavia, il nodo principale rimane il principio del Buy European, che impone di privilegiare gli acquisti interni rispetto a quelli extra-Ue, una misura che potrebbe creare tensioni con i partner internazionali, in particolare con gli Stati Uniti.

Daniel Gros, economista tedesco e direttore dell’Institute for European Policymaking all’Università Bocconi, sottolinea come l’Europa sia ancora lontana dal raggiungere una difesa comune. “Prima delle armi serve una struttura”, afferma Gros, evidenziando l’assenza di una spesa condivisa e di una visione unificata tra i 27. Le divisioni tra i Paesi membri, infatti, persistono anche su temi cruciali come i finanziamenti e le priorità strategiche.

Il Libro Bianco presentato dalla Commissione fissa l’orizzonte al 2030, ma le posizioni dei governi europei restano divergenti. Sebbene nelle bozze di conclusione si inviti ad “accelerare i lavori su tutti i fronti per aumentare in modo decisivo la prontezza di difesa dell’Europa”, le distanze sulle modalità di attuazione e sui fondi da destinare al progetto rimangono significative. Anche l’Ungheria di Viktor Orbán, spesso critica verso le politiche comunitarie, è coinvolta nel negoziato, ma la sua presenza non semplifica il raggiungimento di un accordo.

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