Il piano di Parigi per il riarmo europeo e l'esclusione dell'Italia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Quattordici anni dopo il celebre intervento di Mario Draghi, che con poche parole riuscì a placare i mercati durante la crisi finanziaria, l’Europa si trova ad affrontare una sfida ben più complessa: trasformarsi in un attore geopolitico capace di difendersi militarmente. Se nel 2012 bastò una rassicurazione per ristabilire la fiducia, oggi servirebbero ben altre garanzie, considerando che il progetto di riarmo avanzato dalla Commissione europea – e sostenuto con particolare vigore dalla Francia – rischia di lasciare l’Italia ai margini delle decisioni cruciali.

Non è un caso che Parigi, da tempo promotrice di una difesa comune, stia lavorando a un piano che privilegi pochi Stati, escludendo di fatto Roma dal nucleo strategico. Mentre si discute di esercito europeo, la Germania rafforza la collaborazione con la Polonia, e la Francia consolida i legami con i Paesi del Nord, senza che vi sia un reale coinvolgimento dell’Italia, nonostante il suo ruolo chiave nel Mediterraneo. Un approccio che solleva interrogativi, soprattutto perché il riarmo viene presentato come una necessità indiscutibile, senza però chiarire chi avrà il controllo delle forze e con quali criteri verranno distribuiti gli investimenti.

La retorica sulla sicurezza, del resto, ha già sostituito quella sulla pace, dopo che l’Ue – insignita del Nobel nel 2012 – ha progressivamente abbandonato il suo profilo pacifista in favore di una postura più marcatamente militare. Una svolta che non è passata inosservata, tanto che alcuni intellettuali e scienziati hanno espresso forti perplessità, denunciando i rischi di un riarmo privo di un dibattito democratico. Tra questi, Riccardo Ruggeri, novantenne editore e collaboratore de La Verità, ha più volte sottolineato come le scelte strategiche vadano discusse apertamente, evitando che siano decise da una ristretta cerchia di governi.

Intanto, mentre i leader europei evocano scenari di guerra e preparano manuali di sopravvivenza per i cittadini, l’assenza di un confronto pubblico sul tema appare sempre più stridente. Se da un lato si invoca l’autonomia strategica, dall’altro si procede senza un chiaro coordinamento, rischiando di creare squilibri che potrebbero rivelarsi controproducenti. Senza contare che, in un contesto del genere, l’Italia rischia di trovarsi in una posizione subalterna, pur essendo uno dei principali contribuenti al bilancio Ue.

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