L’intelligenza artificiale come strumento di lavoro: un cavillo normativo che rischia di azzerare le tutele sui controlli a distanza

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il dibattito giuridico, e non solo, si sta concentrando su un nodo interpretativo destinato a ridefinire i confini della privacy e della dignità del lavoratore subordinato: la qualificazione giuridica dei sistemi di intelligenza artificiale utilizzati all’interno dei processi produttivi. Se l’IA dovesse essere considerata a tutti gli effetti un mero “strumento di lavoro”, al pari di un computer o di un martello pneumatico, si aprirebbe una falla normativa di proporzioni significative, capace di vanificare gran parte dell’impianto protettivo che lo Statuto dei Lavoratori e il successivo decreto legislativo 151 del 2015 hanno costruito intorno alla disciplina dei controlli a distanza. Il cuore del problema, e lo si affronta in tutte le sedi competenti, risiede nella natura pervasiva e continua della raccolta dati che l’IA, per sua stessa definizione, opera: non si tratterebbe più della verifica episodica della prestazione, ma di un monitoraggio costante, predittivo e analitico, che incide sulla sfera personale del dipendente in maniera del tutto inedita.

La normativa attuale, com’è noto, distingue tra controlli difensivi, volti a tutelare il patrimonio aziendale, e controlli sull’adempimento della prestazione, sottoponendo questi ultimi a stringenti limiti procedimentali che coinvolgono la contrattazione collettiva o l’autorizzazione amministrativa. Ebbene, l’algoritmo che non si limita a registrare i tempi di connessione, ma valuta i ritmi di produzione, i tempi morti o la produttività individuale – magari suggerendo al manager scelte organizzative o disciplinari – non sta semplicemente fornendo un utensile; sta esercitando una funzione di vigilanza attiva. Eppure, l’assenza di una presa di posizione univoca da parte del legislatore, nonostante l’urgenza imposta dall’AI Act europeo, lascia spazio a interpretazioni pericolose, che potrebbero consentire al datore di lavoro di aggirare i paletti dell’articolo 4, installando software intelligenti la cui finalità dichiarata è l’ottimizzazione del lavoro, ma la cui sostanza è un controllo permanente e indiscriminato.

Parallelamente, le istituzioni sembrano muoversi su un binario che, seppur virtuoso nelle intenzioni, appare ancora lontano dal fornire risposte concrete a questa specifica emergenza. Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha infatti pubblicato il documento programmatico “Verso l’Osservatorio sull’adozione di sistemi di intelligenza artificiale nel mondo del lavoro”, una raccolta di contributi che funge da base per l’avvio dei lavori della nuova “cabina di regia” pubblica. Presieduto dalla ministra Calderone e operativo dall’inizio del 2026, l’Osservatorio si propone di monitorare l’impatto dell’IA su occupazione, competenze e condizioni di lavoro, con una struttura complessa che include una Commissione etica – affidata a padre Paolo Benanti – e quattro comitati tecnico-scientifici. La parola d’ordine, come si legge nei documenti ufficiali, è accompagnare l’innovazione senza che siano gli algoritmi a decidere il destino delle persone; un’affermazione di principio importante, ma che dovrà tradursi in linee guida vincolanti per le imprese, soprattutto per quelle di grandi dimensioni dove, come certificano i dati Istat richiamati nel dibattito, l’utilizzo dell’IA è più che raddoppiato in un solo anno, passando dal 32,5% al 53,1% tra il 2024 e il 2025.

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