Il paradosso dei controlli a distanza: se l’IA diventa strumento di lavoro, le tutele rischiano di svanire

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Nel dibattito, sempre più acceso e complesso, che circonda l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi, emerge un paradosso giuridico e sociale di non poco conto, destinato a ridefinire i confini del diritto del lavoro. Il nodo cruciale, attorno a cui si infittiscono le discussioni tra giuristi e addetti ai lavori, riguarda la possibile interpretazione dei sistemi di IA come meri “strumenti di lavoro”. Se questa lettura dovesse prevalere, si assisterebbe a un sostanziale azzeramento delle tutele oggi esistenti in materia di controlli a distanza sui dipendenti, un pilastro della legislazione lavoristica che affonda le sue radici nello Statuto dei Lavoratori -1. La questione, lungi dall’essere meramente tecnica, apre scenari preoccupanti per la privacy e la dignità delle persone, in un contesto in cui la tecnologia, dalla videosorveglianza ai sistemi di geolocalizzazione, ha già da tempo fatto il suo ingresso nei luoghi di lavoro, sollevando non poche questioni interpretative -1.

A complicare ulteriormente il quadro, già di per sé intricato, si inserisce la dimensione della normativa europea, in particolare il Regolamento UE 2024/1689, noto come AI Act, che classifica come “ad alto rischio” i sistemi di intelligenza artificiale impiegati per la selezione, la valutazione o il monitoraggio delle prestazioni lavorative -8. Questo regolamento, insieme al GDPR, cerca di tracciare un perimetro di legalità imponendo principi di trasparenza, spiegabilità e supervisione umana, affinché l’algoritmo resti un supporto e non si sostituisca in modo inappellabile al giudizio delle persone -8. Tuttavia, la qualifica dell’IA come semplice utensile, alla stregua di un computer o di un software di posta elettronica, potrebbe eludere queste stesse garanzie, facendo scivolare i controlli continui e pervasivi, abilitati dalla nuova tecnologia, in una zona grigia non regolamentata, dove l’analisi dei metadati o la valutazione predittiva delle performance diventerebbero la norma, sottraendosi alle tutele previste per i controlli difensivi o a distanza -1-5.

Dall’AI washing ai primi licenziamenti di massa: la doppia faccia della medaglia tecnologica

Mentre in Italia il Ministero del Lavoro, con il decreto n. 180 del 17 dicembre 2025, ha adottato le prime linee guida per un’implementazione “umanocentrica, sicura e trasparente” dell’intelligenza artificiale, nel resto del mondo occidentale si consuma una partita ben più concreta e, per certi versi, spietata -4-8. Le linee guida ministeriali, che pure rappresentano un primo tentativo di dare ordine a una materia fluida, puntano a promuovere l’uso consapevole dell’IA, affidando all’Osservatorio nazionale e a una Commissione Etica il compito di monitorare l’impatto sul mercato del lavoro e prevenire il rischio di esclusione -8. L’obiettivo dichiarato, come emerge dai documenti pubblicati dal Ministero e dall’attivazione dello stesso Osservatorio, è quello di prevedere le tendenze occupazionali, ridurre il divario tra competenze richieste e disponibili, e accompagnare imprese e lavoratori in una transizione che si vuole “sostenibile” -3-7. In questo quadro, la formazione continua e la contrattazione collettiva vengono indicate come le leve fondamentali per governare il cambiamento e proteggere le fasce più vulnerabili -8.

Parallelamente a queste iniziative di indirizzo, che hanno il sapore di una corsa contro il tempo per mettere in piedi un argine normativo, la realtà del mercato globale procede a ritmi serrati, mostrando un volto assai meno incline a mediazioni e tutele. Negli Stati Uniti, dove Donald Trump è tornato alla Casa Bianca, solo nello scorso ottobre sono stati annunciati oltre trentunomila licenziamenti attribuiti all’automazione intelligente, una cifra che rappresenta circa un quinto del totale nazionale dei tagli di posti di lavoro -2. Colossi come Lufthansa, che prevede di eliminare quattromila posizioni amministrative entro il 2030, e il gruppo bancario ING, che mette in guardia su circa mille ruoli a rischio, giustificano apertamente queste scelte con la digitalizzazione e l’adozione di sistemi di IA -2-10. Nel settore dei videogiochi, Krafton ha bloccato le nuove assunzioni per virare su un modello “AI-first”, mentre aziende come IBM e Shopify ammettono di utilizzare agenti di intelligenza artificiale per automatizzare attività complesse, riducendo così il fabbisogno di personale, anche in ruoli specializzati come quelli degli analisti o degli ingegneri software junior -2-10.

La nuova frontiera dell’inganno tecnologico e la risposta del legislatore americano

In questo scenario di profonda trasformazione, si inserisce un fenomeno speculare e altrettanto insidioso, che è stato ribattezzato “AI washing”. A denunciarlo pubblicamente è stato, tra gli altri, Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, nel corso di un summit in India: molte aziende, secondo la sua ricostruzione, starebbero usando l’intelligenza artificiale come un comodo capro espiatorio per giustificare licenziamenti che avrebbero comunque effettuato per altre ragioni, magari per correggere errori di gestione o eccessi di assunzioni passati -10. Una pratica, questa, che rischia di inquinare il dibattito e di gettare un’ombra di sospetto su ogni riorganizzazione aziendale, oltre ad alterare la concorrenza, premiando chi usa l’AI solo come etichetta di facciata per attrarre investimenti o migliorare la propria immagine, senza averne integrato realmente le potenzialità -6. Non a caso, l’AI washing ha già attirato l’attenzione delle autorità di vigilanza: negli Stati Uniti, la SEC ha avviato azioni punitive verso alcune società reclamizzanti un uso improprio della tecnologia, e il dibattito per introdurre parametri più stringenti è vivo anche in Europa -6.

Per tentare di districare questa matassa, fatta di reali efficienze produttive da un lato e di opportunistiche operazioni di comunicazione dall’altro, arriva dagli Stati Uniti una proposta di legge dal sapore bipartisan. I senatori Josh Hawley e Mark Warner hanno presentato l’AI-Related Job Impacts Clarity Act, un disegno di legge che obbligherebbe le grandi aziende, sia quotate che, potenzialmente, anche quelle non quotate sulla base di determinati criteri dimensionali, a comunicare trimestralmente al Dipartimento del Lavoro dati dettagliati sull’impatto occupazionale dell’automazione -2. L’obiettivo, nobile nella sua ambizione di trasparenza, è quello di distinguere i licenziamenti effettivamente legati all’IA, i nuovi posti di lavoro creati grazie ad essa, i ruoli lasciati vacanti perché sostituiti dalle macchine e, non ultimo, il numero di lavoratori coinvolti in percorsi di riqualificazione professionale -2. Una bussola di dati pubblici, insomma, per orientarsi nella complessità e capire se l’intelligenza artificiale stia davvero ridisegnando il lavoro o se non sia, in troppi casi, solo una maschera per vecchie e consuete ristrutturazioni.

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