Ubisoft: conflitti e tensioni tra nuova strategia aziendale e proteste del personale
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Redazione Scienza e Tecnologia
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La multinazionale francese dei videogiochi, che annovera tra i suoi successi globali franchise come Assassin’s Creed e Far Cry, si trova a navigare in acque particolarmente agitate, mentre una profonda riorganizzazione interna solleva critiche aspre e mobilitazioni sindacali. L’azienda, infatti, ha recentemente avviato una ristrutturazione che prevede la suddivisione operativa in cinque distinti dipartimenti, ciascuno focalizzato su specifiche proprietà intellettuali; tra questi, il cosiddetto Vantage Studio emerge come pilastro fondamentale, poiché destinato a gestire proprio i titoli di maggiore importanza commerciale. Tale riassetto, peraltro, non è stato esente da costi umani e progettuali, avendo già comportato l’annullamento di sviluppi attesi – come il rifacimento di Prince of Persia: Le Sabbie del Tempo – e un significativo ridimensionamento del numero di dipendenti.
La protesta per il ritorno in ufficio
A complicare ulteriormente il quadro, si è inserita una decisione dei vertici che ha immediatamente innescato una forte reazione del personale: la revoca totale della possibilità di lavorare da remoto e il conseguente obbligo di rientro in sede per tutti i cinque giorni lavorativi della settimana. Una misura, questa, percepita dai dipendenti come un passo indietro radicale, capace di stravolgere gli equilibri di vita personali e professionali che si erano consolidati negli ultimi anni. La risposta, nella sede italiana di Assago, non si è fatta attendere ed è sfociata in uno sciopero di tre giorni consecutivi, durante i quali i circa centodieci lavoratori locali hanno incrociato le braccia per esprimere il proprio dissenso verso una politica considerata punitiva e regressiva.
La crisi di fiducia nella leadership
Lo scontro sulle modalità di lavoro, tuttavia, appare soltanto come la punta più visibile di un malessere molto più profondo, che serpeggia ormai da tempo all’interno della compagnia. La sequenza di licenziamenti, l’abbandono forzato di progetti su cui molti team avevano investito energie e competenze, e la chiusura di alcuni studi hanno progressivamente eroso la fiducia dei dipendenti verso la dirigenza. Un clima di tensione che, accumulandosi, ha portato il sindacato aziendale a formulare una richiesta tanto netta quanto simbolica: le dimissioni dell’amministratore delegato Yves Guillemot. Una mossa che segnala come il rapporto tra base lavorativa e vertici sia ormai arrivato a un punto di rottura, in un contesto dove la pressione per ottenere risultati finanziari soddisfacenti diviene ogni giorno più stringente.
La strategia sotto pressione
Proprio la performance economica, del resto, sembra essere il motore di scelte così drastiche. La nuova architettura organizzativa, con le sue divisioni specializzate, è stata concepita per garantire maggiore efficienza e controllo sui costi, in un mercato sempre più competitivo. La stessa azienda ha lasciato intendere, senza mezzi termini, di essere disposta a valutare la cessione di alcune di queste nuove entità operative, qualora esse non raggiungessero gli obiettivi di redditività prefissati. Una prospettiva, questa, che getta un’ombra ulteriore di incertezza sul futuro di molti, creando un ambiente dove la precarietà percepita alimenta a sua volta il conflitto sociale e rende ancor più difficile quel percorso di stabilizzazione che Ubisoft dichiara di perseguire.




