L’orrore quotidiano di Piobesi: ha ucciso la madre per non perdere la pensione e l’ha sepolta nel bosco
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Redazione Interno
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La chiamata ai carabinieri, ieri sera, è arrivata diretta eppure intrisa di quella contraddizione che solo chi ha appena confessato un omicidio può permettersi: «Ho sepolto il Corpo di mia madre, la trovate vicino alla palazzina di caccia di Stupinigi». Marco Paventi, 58 anni, ha accompagnato personalmente i militari in quell’area boschiva tra Nichelino e Vinovo, alle porte di Torino, e con un gesto della mano – quasi burocratico, svuotato di qualsiasi pathos – ha indicato il punto esatto in cui, circa un mese fa, aveva interrato Enrica Bardotti, sua madre, ottantaseienne.
Le ricerche, coordinate dai carabinieri di Carignano e dai vigili del fuoco, si sono protratte per ore sotto i fari artificiali che squarciavano il buio della boscaglia. Nessun dubbio, ormai: la segnalazione non era una falsa pista. E lì, a poca distanza da uno dei luoghi simbolo della residenza sabauda, è riemerso il senza vita di una donna che di quella pensione – la stessa che il figlio percepiva – era stata l’unica, silenziosa titolare.
Le versioni contraddittorie e la pressione di un’amica
A innescare il meccanismo investigativo non era stata, come spesso accade, una denuncia formale di scomparsa. Era stata piuttosto l’insistenza di una conoscente della vittima, una donna che da settimane non riusciva a mettersi in contatto con Enrica e che, alle risposte evasive di Marco – «è partita», «non è in casa», «sta bene ma non può venire al telefono» – non aveva mai realmente creduto. È lei ad aver contattato i carabinieri, spingendoli a varcare la soglia di quell’appartamento a Piobesi Torinese dove madre e figlio vivevano insieme, in un’intimità che agli occhi dei vicini appariva certo stretta, ma mai sino a quel punto oscura.
L’uomo, inizialmente, si era trincerato dietro una versione costruita con fatica: la madre deceduta per cause naturali, lui che l’aveva trovata già priva di vita e, preso dal panico, aveva deciso di seppellirla. Ma quella narrazione – già di per sé fragile – non ha retto all’interrogatorio serrato del pubblico ministero. E così, nel corso delle dichiarazioni spontanee rese in caserma, Paventi ha infranto ogni residuo argine: «L’ho uccisa io. Avevo paura di perdere la sua pensione, era l’unico sostentamento che mi restava».
Il movente economico e la fragilità materiale
Disoccupato da tempo, dopo la chiusura di un’attività commerciale che ne aveva segnato il progressivo indebitamento, l’uomo non aveva altra entrata se non l’assegno previdenziale dell’anziana madre. Una condizione di dipendenza economica assoluta, quella che legava il cinquantottenne alla genitrice, trasformata dal timore dello scoperto in una spirale di cui oggi si fatica persino a ricostruire i singoli passaggi. È probabile – e saranno gli accertamenti in corso a chiarirlo – che i litigi per denaro fossero frequenti tra le mura domestiche; qualche vicino, sentito informalmente, avrebbe accennato a discussioni aspre, anche se nessuno, fino alla scomparsa della donna, aveva ritenuto quei contrasti potenzialmente letali.
Dopo il fermo, firmato dalla procura di Torino, l’indagato è stato trasferito in carcere. Le accuse, al momento, sono di omicidio volontario aggravato e occultamento di cadavere. Gli inquirenti procedono ora con cautela, consapevoli che ogni elemento – dal luogo della sepoltura allo stato del, in avanzata decomposizione – dovrà trovare riscontro nelle verifiche tecniche disposte, a partire dall’autopsia. L’esame necroscopico sarà cruciale non solo per determinare con esattezza la causa del decesso, ma anche per circostanziare la data del delitto e verificare la compatibilità con il racconto fornito dall’indagato.
Il silenzio del bosco e la macchina giudiziaria in moto
La Palazzina di caccia di Stupinigi, gioiello architettonico immerso nel verde, si è così ritrovata teatro – seppur indiretto – di un epilogo ben diverso dalle battute di caccia settecentesche. È lì vicino, tra gli alberi che d’inverno perdono ogni fogliame, che gli agenti hanno recuperato quel che restava di Enrica Bardotti. Un’ottantaseienne che, verosimilmente, non aveva mai smesso di provvedere al figlio, neppure quando quell’accudimento si era trasformato in una gabbia.
L’interrogatorio di garanzia si terrà nelle prossime ore. La difesa, al momento, non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche. L’indagato, secondo quanto si apprende, avrebbe mostrato segni di cedimento emotivo solo al termine della confessione, quasi che l’ammissione di colpa avesse prodotto in lui un effetto catartico, o forse soltanto la stanchezza di chi non ha più nulla da nascondere. Ma sulle dinamiche specifiche del delitto – se vi sia stata premeditazione, se la violenza sia stata immediata o se si sia consumata in un crescendo – vige ancora il massimo riserbo.
Ciò che emerge, intanto, è la fotografia nitida di un disagio che non ha saputo trovare altre vie d’uscita se non l’annientamento. E che ora lascia sul terreno due vittime: una madre sepolta in fretta, senza dignità né rito; e un figlio che, per trattenere una pensione, ha reciso l’unico legame che ancora lo teneva aggrappato a una parvenza di normalità.




