Valditara propone di unificare i percorsi: «Non ha più senso distinguere tra licei e istituti tecnici»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha gettato una pietra pesante nello stagno, apparentemente placido, della secondaria di secondo grado. Intervenendo al Premio Maestro del made in Italy, il titolare del dicastero di viale Trastevere ha infatti proposto una rivoluzione copernicana, o forse sarebbe meglio dire una vera e propria fusione, dei diversi indirizzi scolastici che da decenni strutturano il percorso educativo degli adolescenti.

«Dobbiamo prendere atto che non ha più senso distinguere tra licei e istituti tecnici e professionali», ha dichiarato Valditara, dando voce a un’intenzione che, nelle sue intenzioni, mira a rompere «quel pregiudizio in base al quale, talvolta in passato, la formazione tecnica era considerata una istruzione di serie B». L’annuncio – giunto all’indomani della presentazione delle nuove indicazioni nazionali per i licei (che diventeranno operative dal 2027) e a pochi mesi dall’approvazione della riforma che riguarda specificamente il comparto tecnico – ha sorpreso non poco gli addetti ai lavori, suggerendo un’accelerazione improvvisa verso un modello forse ispirato ai "licei" multidisciplinari dell’antichità.

L’idea di un “liceo unico” tra made in Italy e greco antico

Per sostenere la sua tesi, Valditara ha attinto a piene mani dalla storia della filosofia, citando espressamente Aristotele e Teofrasto. «Quando parlavano di liceo, parlavano anche di agronomia e di zoologia» ha ricordato il ministro, tratteggiando così l’immagine di una scuola che non separa la speculazione teorica dall’osservazione pratica della realtà circostante. Da questa lettura del passato, il politico trae spunto per delineare il futuro: «Dobbiamo andare verso un percorso che ci faccia parlare di liceo chimico, agrario, meccatronico, tessile», ha affermato, azzerando di fatto la nomenclatura tradizionale che contrappone il classico all’industriale.

L’operazione si inserisce perfettamente nel solco tracciato dai provvedimenti recenti dell’esecutivo. Da un lato, c’è la riforma del cosiddetto "4+2" per gli istituti tecnici, che comprime il ciclo in quattro anni seguito da bienni di specializzazione negli Its; dall’altro, spicca l’istituzione del Liceo del made in Italy, un indirizzo – questo sì – già operativo che cerca di coniugare la cultura umanistica con le competenze manageriali legate al sistema produttivo nazionale. La dichiarazione di Valditara sembra quindi il naturale corollario ideologico di queste riforme, ovvero la costruzione di un sistema in cui l’ex distinzione tra "colletti bianchi" e "blue collar" venga semplicemente archiviata.

Le resistenze del sindacato e il caso Emilia Romagna

Tuttavia, se l’esecutivo sembra procedere spedito su questo crinale, non mancano le turbolenze immediate sul terreno della scuola. La FLC CGIL, in particolare, ha duramente criticato l’impianto della riforma già in essere per i tecnici, definendola un’operazione che riduce lo spazio della cultura generale a favore di un “addestramento” funzionale alle esigenze delle imprese. I sindacati segnalano una riduzione complessiva di centinaia di ore nelle discipline di base e hanno proclamato lo stato di agitazione per il personale, considerando la riforma non solo penalizzante sotto il profilo formativo, ma anche lesiva in termini occupazionali per i docenti delle materie letterarie e scientifiche.

Il contrasto tra queste critiche e i dati provenienti dal territorio – come quelli dell’Emilia Romagna – è piuttosto evidente. In questa regione, gli istituti tecnici rappresentano una colonna portante del secondo ciclo: per l’anno scolastico 2026/2027 hanno raccolto 14.150 iscrizioni al primo anno, pari al 35,5% del totale regionale. Un dato che certifica la vitalità di un comparto che, nelle intenzioni del ministro, dovrebbe invece ridimensionare la propria autonomia identitaria per confluire in un alveo più ampio, ribaltando così una tendenza che vede la via tecnica come scelta prevalente in molti territori votati all’industria.

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