Il primario contro la sorella di Vonn: «Qui niente video, rispetto per i malati». E sui social esplode il caso dei medici “belli”

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La linea che separa il dramma di un infortunio sportivo, con il suo carico di sofferenza e di tensione, dalla banalità del gossip, talvolta si assottiglia fino a diventare quasi impercettibile. È quanto accaduto in questi giorni all’ospedale Ca’ Foncello di Treviso, dove Lindsey Vonn, la campionessa di sci americana, è stata sottoposta a quattro delicati interventi chirurgici dopo la rovinosa caduta durante la discesa libera delle Olimpiadi di Milano Cortina, caduta che le ha causato una complessa frattura della tibia e che, di fatto, ha infranto il suo sogno di concludere la carriera con un’altra medaglia al collo. Nel turbine di messaggi di sostegno e di aggiornamenti clinici che hanno tenuto il mondo dello sport con il fiato sospeso, a emergere con prepotenza è stata la voce, o meglio il video, di Karin Kildow, la sorella dell’atleta, che ha deciso di condividere con i suoi follower un punto di vista decisamente peculiare sulla degenza italiana.

Un video virale e l’ombra del doppio trattamento

Seduta probabilmente in un corridoio o in una sala d’attesa del reparto di terapia intensiva, Karin ha inquadrato con il suo smartphone alcuni medici e infermieri in divisa, e ha postato il filmato su Instagram con un commento che in poche ore ha fatto il giro del web, totalizzando milioni di visualizzazioni. «Cancellate le app di incontri e andate in un ospedale italiano», ha scritto la donna in sovrimpressione, lasciando intendere che il personale sanitario trevigiano, oltre che professionalmente preparato, fosse anche di notevole avvenenza. Un tentativo, forse maldestro ma comunque leggero, di sdrammatizzare le lunghe e angoscianti ore trascorse accanto al letto della sorella, per cercare quel lato positivo che in inglese si definisce *silver lining* e che aiuta a sopportare le avversità. La Kildow, peraltro, nel testo che accompagnava il post, aveva anche speso parole di sincero ringraziamento per la premura e la gentilezza ricevute, definendo l’intero staff «davvero gentile e premuroso».

Tuttavia, se da un lato i fan e i curiosi si sono scatenati nei commenti, con battute come «non ho mai desiderato così tanto rompermi una gamba» o dichiarazioni d’amore per il fascino italiano, dall’altro l’iniziativa non è affatto piaciuta a chi, in quell’ospedale, ha la responsabilità di far rispettare le regole. Il primario del reparto, il dottor Zanatta, una volta venuto a conoscenza del video che ritraeva i suoi collaboratori e, presumibilmente, anche altri pazienti o dettagli dell’ambiente ospedaliero, non ha nascosto il proprio disappunto e ha voluto incontrare la paziente eccellente per un chiarimento. Si è recato al capezzale di Lindsey Vonn, la quale, secondo quanto si apprende, era ignara del post virale della sorella, e le ha espresso con fermezza la sua posizione: quelle condotte non sono tollerabili all’interno di un reparto di terapia intensiva, un luogo dove la privacy e la tranquillità di tutti i degenti, già provati dalla malattia e dalla sofferenza, devono essere sacrosante e preservate da qualsiasi forma di spettacolarizzazione -2-10.

La reazione del personale sanitario e il ritorno a casa

Ora, al di là dell’aneddotica e della simpatica parentesi dei “medici da copertina” che tanto ha fatto discutere sui social, emerge una questione di fondo che meriterebbe una riflessione più ampia, al di là del singolo episodio. Perché se è vero che l’iniziativa di Karin Kildow è stata presa con leggerezza, e se è altrettanto vero che la campionessa sta attraversando un calvario fisico e psicologico non indifferente (è tornata negli Stati Uniti dove, pochi giorni fa, è stata sottoposta a un quinto intervento durato oltre sei ore per applicare altre viti e placche), è anche vero che il personale medico e infermieristico non dovrebbe essere trasformato in oggetto di curiosità voyeuristica, men che meno sui luoghi di lavoro.

Qualcuno, nei commenti al video della sorella di Vonn, ha posto una domanda che suona come una provocazione, ma che in realtà tocca un nervo scoperto della percezione sociale: «E se si fosse trattato di un uomo che filma le dottoresse?». Il quesito, rimasto in gran parte inascoltato nel coro di entusiasmo per la scoperta del physique du rôle dei sanitari italiani, apre uno squarcio su un possibile doppio standard di giudizio, dove la stessa azione compiuta da una donna viene vista come una simpatica ragazzata, mentre se a compierla fosse un uomo assumerebbe probabilmente i contorni di una molestia o, quanto meno, di un atteggiamento inappropriato e squalificante. La campionessa, nel frattempo, ha lasciato l’Italia per proseguire la riabilitazione in America, portando con sé la gratitudine per le cure ricevute, ma lasciando dietro di sé un piccolo caso mediatico che, al di là del gossip, interroga sul rispetto dovuto a chi, ogni giorno, indossa un camice e lavora in trincea -9.

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