Trump e l'Iran, le "due settimane" che tengono il mondo in sospeso
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Washington è abituata ai tempi di Donald Trump, che spesso misura le sue decisioni in "due settimane". Un’unità di tempo diventata quasi proverbiale, usata per annunciare riforme fiscali, strategie militari o persino teorie del complotto che lo stesso presidente ha sostenuto in passato. Stavolta, però, quelle quattordici giorni potrebbero decidere se gli Stati Uniti entreranno in guerra contro l’Iran, accanto a Israele.
La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha confermato ieri che il presidente si è concesso questo margine prima di prendere una posizione definitiva. Trump, secondo quanto riportato, si è detto convinto che «sussistano concrete possibilità di negoziati con l'Iran nel prossimo futuro». Una frase che, più che chiarire, ha alimentato il dibattito tra i diplomatici europei, i quali cercano di interpretare le sue reali intenzioni.
La domanda, però, non è solo quanto valgano davvero queste due settimane per Trump, ma fino a dove spingerà Benjamin Netanyahu in questo lasso di tempo. Il premier israeliano, infatti, potrebbe influenzare la decisione finale della Casa Bianca, anche se il presidente americano ha mostrato più volte di preferire l’attendismo alla corsa alle armi.
Intanto, mentre Washington riflette, l’Europa prova a giocare un ruolo. A Ginevra si terrà un vertice per discutere della crisi, nel tentativo di evitare un’escalation che, dopo gli ultimi scontri tra Israele e Iran, appare più concreta che mai. Le reazioni internazionali, però, restano in secondo piano rispetto alle mosse di Trump, che ancora una volta tiene tutti col fiato sospeso.




