De Maria, l'ex legionario che uccise e si suicidò: la procura indaga su libertà e omissioni
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Redazione Interno
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Emanuele De Maria, il 36enne che in meno di due giorni uccise la collega Chamila Wijesuriya, ferì gravemente un altro dipendente dell’Hotel Berna e infine si tolse la vita lanciandosi dal Duomo di Milano, aveva trascorso sei mesi nella Legione Straniera. Una scelta che, come avrebbe poi confessato alla psicologa del carcere di Bollate, rispondeva al bisogno di "sentirsi parte di qualcosa". "Da giovane non pensavo alle mie vittime", le aveva detto, in un frammento di quel dialogo che ora assume un peso inquietante alla luce degli eventi.
La Procura di Milano, affiancandosi al ministero della Giustizia, ha avviato un’inchiesta per accertare se ci siano state sottovalutazioni nel trattamento carcerario dell’uomo, condannato in passato per reati violenti ma considerato un "detenuto modello". Le indagini, coordinate dal pm Francesco De Tommasi, mirano a verificare possibili negligenze sia da parte del personale penitenziario sia del datore di lavoro, che lo aveva assunto nonostante il curriculum omicida. Tra i punti oscuri c’è la scomparsa del cellulare di De Maria durante la latitanza, elemento che alimenta il sospetto di complici.
Un secondo filone d’indagine riguarda le valutazioni psichiatriche e le autorizzazioni ai permessi lavorativi, concessi nonostante precedenti che avrebbero potuto suggerire maggiore cautela. Il pm sta esaminando le relazioni del carcere di Bollate, dove l’uomo era recluso, per capire se i segnali della sua pericolosità siano stati ignorati o minimizzati. Le domande a cui rispondere sono molte: come abbia potuto pianificare gli omicidi durante le uscite legali, chi, se qualcuno, lo abbia assistito nei momenti precedenti al suicidio, e perché il sistema di controllo non abbia intercettato il rischio.




