Trescore, il coraggio di una prof e la deriva nichilista dei giovanissimi
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Redazione Interno
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A colpire nell’aggressione alla scuola media di Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, è stata soprattutto l’immagine dell’insegnante ferita, Chiara Mocchi, che – invece di ritirarsi in un giustificato rancore – ha dichiarato di voler tornare in classe, a testimonianza di un attaccamento al mestiere che va oltre la paura. In quelle parole, pronunciate dal letto d’ospedale, non c’è soltanto il coraggio personale di una donna; vi si legge il senso profondo di una professione che in Italia viene celebrata spesso a voce, ma sostenuta troppo poco nei fatti, esposta com’è a fragilità, rabbie inespresse e solitudini che esplodono all’improvviso. Perché oggi, soprattutto nella scuola dell’obbligo, insegnare significa stare ogni giorno su una linea di fuoco, dove passano insieme pretese senza misura e domande d’aiuto che non sanno più trovare le parole per esprimersi, lasciando gli adulti – genitori e docenti – spesso impreparati di fronte a una violenza che nasce lontano dalle aule, nei meandri oscuri del web.
Il manifesto della violenza e il fenomeno Nve
«Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità. Sono stanco di tutto questo, quindi ho deciso che la soluzione è prendere in mano la situazione. Ucciderò la mia insegnante di francese». Così dichiarava il tredicenne, mercoledì 25 marzo, prima di compiere il crimine che aveva ideato nel dettaglio, un piano alimentato da un fenomeno sempre più diffuso tra gli adolescenti: il Nihilistic Violent Extremism, noto con l’acronimo Nve. Si tratta di una costellazione di gruppi, spesso virtuali, che promuovono la violenza fine a se stessa, attirando soggetti vulnerabili attraverso piattaforme di gioco e applicazioni di messaggistica, spingendoli verso la condivisione di contenuti estremi, l’autolesionismo o – come in questo caso – l’omicidio in diretta. L’indagine della procura per i minorenni di Brescia, che ha aperto un fascicolo sia penale (pur nella non imputabilità del ragazzo under 14) sia civile per consentire interventi sociali, cerca ora di risalire ai contatti digitali del giovane, per capire se qualcuno – magari tra i pochi utenti collegati alla diretta streaming dell’accoltellamento – abbia incentivato quel gesto.
L’eco nelle chat e la strategia dell’indottrinamento digitale
È proprio in questo vuoto di responsabilità adulta che si inseriscono gli eco-camere virtuali. C’è un gruppo su Telegram, ad esempio, nato specificamente per elogiare il ragazzino di Trescore: al suo interno, come ha ricostruito il Messaggero, non ci sono identità riconoscibili, solo foto profilo scure e nomi fittizi, dove si legge “Diventerà il re della comunità” o “Genio, sapeva che non poteva finire in carcere perché ha meno di 14 anni”. L’avvocato della professoressa Mocchi, Angelo Lino Murtas, ha sottolineato come sia improbabile che l’idea sia nata spontaneamente in una mente così giovane, parlando di una forma di “indottrinamento” avvenuto attraverso lo schermo. Lo stesso legale della famiglia del ragazzo, Carlo Foglieni, ha posto l’attenzione su un paradosso normativo: per iscriversi a Telegram è necessaria un’età minima di 14 anni, ma il minore vi aveva accesso, riuscendo persino ad acquistare online il coltello in stile “Rambo” e sostanze potenzialmente esplosive utilizzando quei canali illegali.
Un fenomeno sistemico oltre il caso isolato
Quello avvenuto in provincia di Bergamo, però, non è un episodio isolato, ma l’ultimo di una serie di eventi che evidenziano come il malessere giovanile stia assumendo connotati sempre più violenti. Lo scorso gennaio, a La Spezia, Abanoub Youssef, studente di un istituto professionale, è stato accoltellato a morte da un compagno, Zouhair Atif. Nel 2023, ad Abbiategrasso, Elisabetta Condò è stata ferita a scuola durante una lezione da uno studente di 16 anni, un ragazzo già affidato ai servizi sociali per un percorso di sostegno psicologico che evidentemente non era bastato a prevenire l’esplosione della rabbia. La cronaca recente, del resto, restituisce l’immagine di un’emergenza diffusa: a Roma un’inchiesta per istigazione a delinquere ha fatto luce sulla “lista degli stupri” affissa nei bagni del liceo Giulio Cesare, mentre i carabinieri del Ros hanno eseguito nei giorni scorsi un’operazione antiterrorismo che ha portato all’arresto di un diciassettenne in Abruzzo, ritenuto colpevole di propaganda e istigazione all’odio razziale, nonché di detenzione di materiale per la fabbricazione di ordigni e progetti di attacco in ambito scolastico ispirati a stragi precedenti.
La risposta istituzionale e il ritorno tra i banchi
In questo clima di allarme, il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara si è recato personalmente all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo per incontrare Chiara Mocchi, in un colloquio durato quasi un’ora durante il quale la docente – fuori pericolo e trasferita dal reparto di terapia intensiva – ha raccontato di sentire la mancanza dei suoi studenti e della sua scuola. Il ministro ha ribadito la linea dell’esecutivo, che punta a inasprire le misure contro l’uso dei cellulari tra i banchi e a vietare l’accesso ai social ai minori di 15 anni, oltre a prevedere per le scuole la possibilità di dotarsi di metal detector mobili, una misura che Valditara ha difeso come necessaria per arginare un fenomeno che, secondo i dati ministeriali, non sarebbe in aumento numerico, ma che certamente colpisce per la sua efferatezza. Resta sullo sfondo, però, la domanda che emerge dalle parole della stessa insegnante ferita: come si fa a tornare a insegnare, a dare dei limiti, quando la linea tra l’autorità educativa e il bersaglio di una violenza nichilista è diventata così sottile?




