Sciopero dei giornalisti, il contratto è fermo da dieci anni. E in edicola chi non si ferma
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Redazione Interno
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C’è un’astensione dal lavoro, quella proclamata per venerdì 27 marzo dalla Federazione nazionale della stampa italiana, che racconta meglio di qualsiasi comunicato ufficiale lo stato di salute dell’informazione nel Paese: mentre la maggior parte delle testate ha osservato lo stop, bloccando l’aggiornamento dei siti per l’intera giornata e rinunciando all’uscita in edicola del sabato, una dozzina di quotidiani ha invece regolarmente proseguito la propria attività, finendo per offrire – suo malgrado – una fotografia nitida delle spaccature interne a un settore che, da un decennio ormai, cerca di rinnovare il proprio contratto nazionale di lavoro. A essere in edicola sabato 28 marzo, in barba all’agitazione indetta dall’Fnsi, ci sono, infatti, titoli ben precisi: Il Secolo d’Italia, Libero, La Verità, Il Tempo, Il Giornale, e ancora Il Foglio e Il Riformista, insieme ai quotidiani economici Italia Oggi e Milano Finanza, alla Gazzetta dello Sport (che, tra i tre grandi sportivi nazionali, risulta l’unica a essere regolarmente stampata) e al Romanista, senza dimenticare L’Identità, L’Edicola e La Discussione. Si tratta, in larga parte, di giornali riconducibili all’area del centrodestra di governo, un allineamento che trasforma un’astensione collettiva in una scelta editoriale altamente individuale, dove il diritto allo sciopero viene esercitato – o meno – seguendo una logica che sembra ibridare la militanza politica con la gestione aziendale della redazione.
Una vertenza lunga un decennio e le ragioni di chi incrocia le braccia
Lo sciopero del 27 marzo rappresenta la seconda giornata di protesta all’interno di un pacchetto che ne prevede complessivamente cinque, con la prossima astensione già calendarizzata per il 16 aprile. La posta in gioco è il rinnovo del Contratto nazionale di lavoro, scaduto il 1° aprile 2016, che rende i giornalisti – come sottolineato più volte dai sindacati – l’unica categoria di lavoratori dipendenti in Italia a trovarsi in questa condizione di vuoto contrattuale da dieci anni. A distanza di un decennio, la Federazione nazionale della stampa italiana descrive un contesto lavorativo radicalmente mutato: carichi e ritmi di lavoro aumentati in modo esponenziale, la moltiplicazione delle piattaforme su cui si è chiamati a operare, redazioni ridotte all’osso, e stipendi rimasti congelati – quando non ridotti da forfettizzazioni selvagge – e ulteriormente erosi da un’inflazione che non ha trovato alcun adeguamento automatico. Il sindacato, nei propri comunicati, sottolinea come la protesta non sia la difesa di un “privilegio”, ma l’affermazione di un diritto costituzionale: quello a condizioni dignitose per chi lavora, per chi entra nella professione e per chi ne esce, richiamando il legame tra l’articolo 21 (che tutela la libertà di stampa) e l’articolo 36 (che garantisce una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro). Non si tratta, in questa ottica, di una rivendicazione rativa, ma di una condizione necessaria per assicurare un futuro all’informazione come bene comune.
La replica degli editori e i numeri della crisi
Di segno opposto la posizione della Federazione Italiana Editori Giornali (Fieg), che respinge l’accusa di voler “scaricare i costi sulla collettività” e rivendica invece il ruolo dei contributi pubblici nel mantenere in vita un settore in grave crisi strutturale. I numeri citati dagli editori restituiscono il quadro di un’industria che, dal dicembre 2016 a oggi, ha visto le copie medie giornaliere vendute scendere da due milioni e mezzo a poco più di un milione, con un dimezzamento dei ricavi nell’ultimo decennio. La Fieg rivendica di aver scongiurato i licenziamenti collettivi – ricorrendo a norme di settore che impongono investimenti e nuove assunzioni – e sottolinea che i fondi per i prepensionamenti (66 milioni di euro nel biennio 2024-2026 per oltre mille giornalisti) non vanno direttamente nelle casse aziendali, ma finanziano l’accesso alla pensione anticipata dei lavoratori. La posizione degli editori, nel merito della vertenza, critica l’atteggiamento del sindacato: di fronte a un’offerta economica definita “sostenibile” e comunque superiore a quella dell’ultimo rinnovo, la Federazione nazionale della stampa italiana avrebbe scelto di interrompere le trattative, “trincerandosi” dietro richieste di recupero dell’inflazione che, secondo gli editori, sarebbero già garantite dagli automatismi retributivi del contratto.
Tra adesioni, trasporti e il cortocircuito di un’astensione disattesa
Mentre lo sciopero dei giornalisti ha ricevuto un’adesione diffusa nella maggior parte delle redazioni, il quadro dei trasporti ha offerto un’altra declinazione del diritto di sciopero, con dinamiche che nulla hanno a che vedere con il rinnovo del contratto giornalistico. In Campania, in particolare, l’EAV (l’azienda regionale dei trasporti) ha comunicato che per il 27 marzo le organizzazioni sindacali Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti, Ugl e Faisa Cisal hanno proclamato un’astensione aziendale di quattro ore, dalle 19:00 alle 23:00, per discutere “problematiche aziendali”. Un dato significativo è emerso dalla precedente protesta del 28 gennaio 2025, quando l’adesione allo sciopero – sempre per le stesse motivazioni – si era fermata al 13,12 per cento. Un numero, quest’ultimo, che restituisce l’idea di una mobilitazione circoscritta a una porzione ridotta del personale, lontana dalla partecipazione massiccia che invece caratterizza le agitazioni nazionali di categoria. A Roma e Milano, intanto, le associazioni stampa locali hanno organizzato sit-in di presidio, mentre la domanda – che nessun comunicato ufficiale potrà fugare – resta quella legata al comportamento dei quotidiani che hanno rotto il fronte: se lo sciopero è un diritto individuale a esercizio collettivo, la sua disattesa da parte di alcune testate, e non di altre, trasforma un’astensione generalizzata in una manifestazione di lealtà o di distanza, rendendo visibile – nelle edicole del sabato – il peso specifico di chi ha deciso di non aderire.




