Darderi stende Jodar al fotofinish: è semifinale agli Internazionali. La notte del Foro Italico parla italo-argentino
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Redazione Sport
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Sono le 02:02 del mattino quando Luciano Darderi, dopo tre ore e otto minuti di un incessante stillicidio di colpi e tensioni, si lascia cadere sulla terra rossa del Centrale. Il punteggio, quello che rimarrà impresso nei tabelloni degli Internazionali BNL d’Italia, recita 7-6, 5-7, 6. Ma a raccontare la verità di questa semifinale – conquistata contro il giovanissimo Rafa Jodar – è quel numero otto che precede la virgola dei minuti finali, un orario in cui neppure i più accaniti nottambuli del tennis avrebbero scommesso un centesimo sull’epilogo.
L’azzurro, che già aveva eliminato Alexander Zverev in un turno precedente, ha dovuto sudare letteralmente ogni singolo punto contro un avversario che sembra uscito da un film di Hitchcock: un “glaciale teenager madrileno” dallo sguardo tagliente e dal polso fermo, capace di mettere in crisi qualsiasi architettura tattica. Il primo set, rievocato nel tie-break, è stato un parto travagliato: qui Darderi ha annullato uno svantaggio che pareva insormontabile, rimontando due minibreak di svantaggio con la stessa ostinazione di un pugile che si rialza dal tappeto – e non è un caso, vista la sua somiglianza fisica con un giovane Sylvester Stallone.
Il blackout elettronico e il ritorno di fiamma di Jodar
Il match, però, si è interrotto nel cuore del primo parziale. Un problema al sistema elettronico di chiamata – quei sensori che solitamente tolgono ogni dubbio ai giudici di linea – ha costretto i due giocatori a una lunga pausa surreale, con il Centrale che tratteneva il respiro nell’attesa che la tecnologia tornasse in vita. Ma è stato proprio dopo quel silenzio forzato che il match ha preso una piega furibonda. Darderi, portatosi a un passo dalla vittoria nel secondo set, ha visto sfumare due match point consecutivi: una voragine psicologica in cui chiunque si sarebbe perso. Jodar, dal canto suo, non ha avuto bisogno di inviti. Lo spagnolo ha infilato una serie di vincenti da manuale, strappando il parziale 7-5 e riportando la contesa al terzo set, quando ormai la mezzanotte era già stata ampiamente superata.
Il crollo fisiologico e la racchetta incordata all’ora di Dracula
Dieci minuti prima che l’orologio segnasse le due, Darderi ha lanciato un messaggio al suo angolo: serve una racchetta nuova da incordare, e servono sali minerali. Un dettaglio, quest’ultimo, che parla da solo. L’italo-argentino era in trincea, i crampi imminenti come una promessa di resa. Invece, contro ogni previsione del caso, ha letteralmente annichilito l’avversario nel terzo set, firmando un pesantissimo 6-0 che non ammette repliche. Jodar, forse, ha pagato lo sforzo nervoso dei due set precedenti; Darderi, invece, ha trovato nella notte fonda una sorta di carburante extra, una determinazione che qui si può definire “stallonesca” senza tema di smentita. Per trovarsi ancora in giro su una Vespa a quell’ora, pensava qualcuno, ci sarebbero voluti Gregory Peck e Audrey Hepburn. Lui c’era, e stava giocando la prima semifinale in carriera in un Masters 1000.
Il sogno senza parole di un semifinalista in controluce
“Essere in semifinale è un sogno, ma non voglio fermarmi”, ha detto Darderi a caldo. Una frase che suona quasi come un monito, più che come un ringraziamento. Perché il tabellone maschile, ora, vede quest’italo-argentino (nato a Villa Gesell ma cresciuto a colpi di racchettate sulle terre tricolori) come una mina vagante. La vittoria contro Jodar ha il sapore amaro del paradosso: dopo aver annullato uno svantaggio, poi aver perso due match point, infine aver dominato il terzo set senza concedere un game, Darderi ha dimostrato una capacità di resilienza che va oltre la condizione fisica. Il fumo della battaglia, qui, è quello vero dei polmoni in affanno e dei cambi di campo zoppicanti. E mentre il Foro Italico si spegneva tra le luci fioche degli spogliatoi, lui è rimasto l’ultimo uomo in piedi. Quello che, all’ora di Dracula, ha preferito incordare una seconda racchetta piuttosto che arrendersi al copione.




