La criminologa Bruzzone e il caso della famiglia nel bosco: "l'amore non basta, certe forme possono essere malevole"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Nel corso dell’ultima puntata de “La Vita in Diretta”, il popolare contenitore pomeridiano di Rai1 condotto da Alberto Matano, si è tornati a parlare del caso di cronaca giudiziaria che ormai da mesi tiene banco nel dibattito pubblico italiano, ovvero la vicenda della cosiddetta “famiglia nel bosco”. A intervenire in studio, come spesso accade quando si affrontano temi di criminologia e psicologia forense, è stata la dottoressa Roberta Bruzzone, la quale ha offerto la propria lettura professionale degli ultimi sviluppi emersi dalla relazione redatta dalla casa famiglia che attualmente ospita i tre minori figli della coppia anglo-australiana. Il nodo centrale dell’analisi dell’esperta, che da tempo segue le pieghe giudiziarie della complessa storia, ha riguardato il miglioramento delle condizioni psicologiche e comportamentali dei bambini registrato dal personale della struttura protetta a seguito dell’allontanamento dalla madre, Catherine Birmingham. Questo dato oggettivo, ha spiegato la criminologa con il consueto approccio analitico, rappresenta una “notizia pessima” per la donna, poiché sembrerebbe avvalorare l’ipotesi che l’ambiente familiare di origine, nonostante gli affetti, potesse essere fonte di disagio per i piccoli.

La riflessione della Bruzzone si è quindi spostata su un piano più generale, toccando un tema delicato e spesso trascurato nel sentire comune: l’idea che l’amore genitoriale, da solo, non sia sufficiente a garantire il sano sviluppo e il benessere psicofisico della prole. Secondo la professionista, che ha basato le sue osservazioni sugli atti giudiziari e sulle risultanze peritali di cui ha potuto prendere visione, occorre sfatare il mito per cui un legame affettivo, anche se intenso, sia automaticamente sinonimo di tutela per il minore. In determinate dinamiche familiari, ha proseguito, alcune forme di attaccamento possono rivelarsi “malevole”, nonostante siano percepite e vissute come amorevoli dai genitori stessi. Il riferimento implicito, nel caso specifico, è alla presunta rigidità e alla mancata collaborazione con i servizi sociali attribuita alla figura materna, comportamenti che il tribunale avrebbe interpretato come potenzialmente pregiudizievoli per l’equilibrio dei bambini.

Nel dettaglio, la criminologa ha commentato la situazione attuale del nucleo familiare, sottolineando come la relazione positiva giunta dalla comunità alloggio di Vasto, dove i tre fratelli sono stati collocati dopo il provvedimento di allontanamento dello scorso novembre, vada letta in controluce. Se i piccoli mostrano segni di miglioramento e una riduzione dello stress in un ambiente diverso da quello domestico, ha argomentato, è inevitabile che la posizione processuale della madre, Catherine Birmingham, ne esca indebolita. Da qui la definizione di “notizia pessima” per le sue speranze di un rapido ricongiungimento. Nel frattempo, la cronaca giudiziaria ha registrato altri significativi movimenti: da un lato, la decisione del Tribunale per i minorenni dell’Aquila di disporre il trasferimento della madre dalla stessa struttura di Vasto, separandola fisicamente dai figli, e dall’altro l’avvio di un’ispezione ministeriale voluta dal Guardasigilli Carlo Nordio per fare piena luce sull’operato dell’ufficio giudiziario abruzzese.

Parallelamente alle valutazioni tecnico-scientifiche della Bruzzone, la macchina istituzionale continua a muoversi, cercando una composizione possibile per una vicenda che ha ormai assunto contorni anche politici. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha confermato l’invio degli ispettori al Tribunale dell’Aquila, un’iniziativa che va ad aggiungersi agli accertamenti preliminari già avviati nei mesi scorsi, a testimonianza della complessità e della delicatezza della materia trattata. Sul fronte degli sviluppi concreti, si registra la disponibilità del comune di Palmoli, il piccolo centro abruzzese che aveva adottato la famiglia, a mettere a disposizione un alloggio gratuito per consentire il ricongiungimento, seppur sotto la supervisione dei servizi sociali. Tuttavia, la strada verso una normalizzazione appare ancora irta di ostacoli, soprattutto a causa del rapporto conflittuale tra la madre e gli assistenti sociali, descritto da più parti come il vero nodo da sciogliere per permettere ai bambini di tornare a vivere con i genitori.

La posizione del padre e le nuove prospettive di dialogo

Se la figura materna sembra essere al centro delle valutazioni più critiche da parte dell’autorità giudiziaria, diverso è il ritratto che emerge per il padre, Nathan Trevallion. Nelle more della complessa procedura, l’uomo è stato descritto dagli inquirenti come un interlocutore più disponibile al dialogo e alla mediazione, tanto che il tribunale ha disposto un aumento dei contatti con i figli. Recentemente, come riportato da alcuni organi di stampa, lo stesso Trevallion avrebbe partecipato a un incontro riservato con l’assistente sociale di riferimento e la garante regionale per l’infanzia, un colloquio che è stato interpretato come un primo, significativo segnale di distensione dopo mesi di incomprensioni e rigidità reciproche. In quell’occasione, il padre avrebbe manifestato la propria disponibilità a conformarsi alle richieste delle istituzioni italiane per quanto riguarda l’istruzione dei bambini, la loro socializzazione e le necessarie ristrutturazioni dell’abitazione di famiglia, un passo che potrebbe aprire la strada a un graduale ritorno alla normalità. Resta, sullo sfondo, la necessità di completare le perizie psicologiche disposte dal tribunale, accertamenti che richiedono tempi tecnici lunghi, fino a centoventi giorni, un’attesa che molti osservatori, compreso il Garante nazionale per l’infanzia, ritengono potenzialmente dannosa per la serenità dei minori coinvolti.

I costi per la collettività e la questione della perizia

Un altro aspetto emerso nelle ultime settimane riguarda l’onere economico che questa vicenda sta comportando per le casse del comune di Palmoli, un piccolo borgo di soli ottocentocinquanta abitanti. Il sindaco Giuseppe Masciulli ha lanciato un allarme, dichiarando che il costo per l’ospitalità dei minori e della madre nella struttura protetta ammonta a circa settemilacinquecento euro al mese, una spesa che, se dovesse protrarsi a lungo, rischierebbe di mettere in seria difficoltà il bilancio comunale, finora parzialmente coperto da contributi regionali. A complicare ulteriormente il quadro si è aggiunta una polemica relativa alla nomina di una professionista incaricata di coadiuvare il consulente del tribunale nelle valutazioni personologiche sulla famiglia. La garante regionale, Alessandra De Febis, ha sollevato un dubbio di imparzialità, segnalando come la stessa professionista avesse in passato espresso, attraverso i social network, commenti fortemente denigratori nei confronti dello stile di vita dei genitori. Un’eventualità che, qualora confermata, getterebbe un’ombra sulla serenità e l’obiettività delle valutazioni tecniche che dovrebbero invece guidare le decisioni del giudice nel superiore interesse dei minori.

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