Ricina nel cibo, la criminologa Bruzzone e il giallo dei rapporti familiari

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La svolta che ha riqualificato in duplice omicidio la morte di Antonella De Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara Di Vita, 15 anni, avvenuta nel periodo natalizio a Campobasso, ha riacceso i riflettori su un dettaglio che, nelle prime fasi dell’inchiesta, era stato forse sottovalutato: l’ambiente domestico. Se fino a qualche settimana fa si parlava di intossicazione alimentare, con cinque medici finiti nel registro degli indagati per omicidio colposo a seguito dei due decessi avvenuti tra il 27 e il 28 dicembre all’ospedale Cardarelli, oggi la prospettiva è radicalmente mutata. La scoperta della ricina – una tossina potentissima estratta dai semi del ricino, letale anche in minime quantità e resa celebre al grande pubblico da serie televisive come Breaking Bad – ha portato la Procura di Larino ad aprire un nuovo fascicolo contro ignoti, concentrando l’attenzione degli inquirenti sulle dinamiche interne alla cerchia più ristretta delle vittime.

È in questo contesto che si inserisce l’analisi della criminologa Roberta Bruzzone, volto noto della televisione italiana e spesso chiamata a decifrare gli aspetti più oscuri della cronaca nera. Intervenuta sulla vicenda, Bruzzone ha ipotizzato che la chiave del delitto vada cercata nella "vendetta di chi aveva accesso all’abitazione". Una dichiarazione, la sua, che sposta il baricentro investigativo dalle ipotesi di avvelenamento accidentale o malasanità verso la sfera dei legami affettivi e della fiducia tradita. La sua tesi, per quanto formulata dall’esterno, fa eco ai movimenti concreti della Squadra Mobile di Campobasso, guidata da Marco Graziano, che da mesi scandaglia la vita della famiglia con un approccio metodico e circoscritto.

La caccia al veleno e il perimetro ristretto dei sospettati

L’attenzione degli investigatori, infatti, si è naturalmente concentrata su chi potesse muoversi indisturbato tra le mura domestiche di Pietracatella, il piccolo centro dove madre e figlia hanno probabilmente ingerito la sostanza letale. Non si tratta solo di un’inferenza logica, ma di una necessità investigativa dettata dalla natura stessa del mezzo utilizzato: la ricina non è un veleno che si trova in commercio in una confezione qualsiasi; richiede competenze tecniche specifiche per essere estratta dai semi di ricino – pianta peraltro presente anche in Basso Molise – o, in alternativa, un accesso a canali di approvvigionamento oscuri, tanto che non si esclude una pista legata al dark web. In entrambi i casi, chi ha agito doveva avere la possibilità di somministrare la tossina senza destare allarme, probabilmente mescolandola al cibo consumato durante i pasti natalizi, una circostanza che restringe il cerchio a parenti, amici o conoscenti stretti. È proprio su questa cerchia ristretta che si sta concentrando il lavoro della polizia, con nuovi interrogatori già calendarizzati e un prossimo sopralluogo nella casa – ancora sotto sequestro – alla ricerca di tracce residue del veleno.

Il nodo irrisolto degli altri familiari e il silenzio delle indagini

A rendere il quadro ancora più complesso, contribuendo ad alimentare il riserbo che avvolge il fascicolo, è la posizione del padre e marito delle vittime, Gianni Di Vita, unico tra i commensali ad essersi salvato dopo essere stato ricoverato allo Spallanzani di Roma con sintomi analoghi. Se da un lato i legali dei medici, come gli avvocati Domenico Fiorda e Fabio Albino, chiedono ora l’archiviazione delle accuse nei confronti dei sanitari – sostenendo che nessun protocollo avrebbe potuto intercettare un avvelenamento così subdolo –, dall’altro gli inquirenti attendono con impazienza gli esiti degli ulteriori accertamenti tossicologici condotti proprio sull’uomo, per capire se tracce della ricina siano state rintracciate anche nel suo organismo. Una risposta, quella che arriverà dai laboratori, che potrebbe rivelarsi decisiva per tracciare un solco tra chi era stato designato come bersaglio e chi, forse, aveva avuto l’opportunità di agire. La figlia maggiore, Alice, assente al pasto incriminato, non ha invece riportato alcuna sintomatologia, un’assenza che non fa che aumentare il peso delle domande a cui la Squadra Mobile cerca risposta da quando, dopo mesi di analisi condotte in Italia, Svizzera e Stati Uniti, la presenza della ricina ha trasformato una tragedia familiare in un giallo giudiziario di rara intensità.

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