Il caso Bruzzone, l’accusa di stalking e la difesa della criminologa: «Vivo in un incubo da dieci anni»
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Redazione Interno
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La frase, pronunciata con il peso di chi dice di aver attraversato un calvario lungo quasi un decennio, riassume la posta in gioco in una vicenda giudiziaria che ha scosso il mondo della criminologia e della cronaca televisiva. “La Bruzzone mi ha rovinato la vita”, si legge negli atti che hanno portato alla denuncia per stalking, un’accusa che ha innescato una replica altrettanto netta da parte della professionista coinvolta. Il confronto, ormai finito al centro di un’indagine formale, si sviluppa attorno a un arco temporale di almeno tre anni, durante i quali sarebbero stati diffusi contenuti ritenuti persecutori. Questi materiali, secondo quanto emerso, sarebbero stati veicolati tanto su piattaforme pubbliche – tra cui Facebook, YouTube e Twitch – quanto attraverso canali di comunicazione privati, alimentando un dibattito che nelle ultime settimane ha diviso l’opinione pubblica e gli addetti ai lavori.
L’incubo di una professionista e le ripercussioni sulla famiglia
La parte offesa, una pedagogista e consulente che vanta esperienze anche come giudice del Tribunale dei minori di Cagliari, ha ricostruito il proprio stato d’animo attraverso una testimonianza che non lascia spazio a interpretazioni ambigue. “Vivo in un incubo ormai da quasi dieci anni, nella paura che qualcuno possa fare del male a me e alla mia famiglia, soprattutto alla mia bambina, che a causa di questa vicenda ha avuto ripercussioni anche sulla salute”. È con queste parole che la professionista ha descritto il logorio quotidiano, legando l’origine della tensione a un tentativo di intralcio rispetto al suo impegno in un’inchiesta che l’aveva vista operare su piani professionali diversi da quelli della collega. Il riferimento corre al tentato femminicidio di Valentina Pitzalis nel 2011, un caso di cronaca nera che aveva coinvolto entrambe le esperte su fronti distinti e che, a distanza di anni, è tornato di prepotente attualità in queste ore proprio a causa delle reciproche accuse.
La controffensiva di Roberta Bruzzone: «L’unica perseguitata sono io»
Di fronte alle ipotesi di reato che le vengono contestate – un fascicolo per atti persecutori che, stando agli sviluppi procedurali, è stato trasmesso alla Procura di Roma per competenza territoriale – Roberta Bruzzone ha scelto di non rimanere in silenzio. La criminologa, nota al grande pubblico per le sue apparizioni televisive e per il ruolo di profiler, ha ribaltato la prospettiva con una dichiarazione destinata a infiammare ulteriormente il confronto. “Ma quale stalking, l’unica perseguitata qui sono io. Sionis mi ha trasformato nel suo bersaglio”, ha affermato in un’intervista rilasciata a La Repubblica, respingendo con forza le accuse e calibrando la propria difesa sull’idea di essere stata a sua volta vittima di una campagna denigratoria. Le parole della psicologa forense tracciano il perimetro di uno scontro che, da iniziale diatriba tecnica tra professioniste, si è trasformato in un contenzioso penale dai contorni complessi.
Il punto fermo del marito e il peso di una vicenda che si trascina
Mentre il fascicolo procede il suo iter verso una possibile definizione, la vita personale di Roberta Bruzzone viene messa a dura prova da quella che lei stessa definisce una “persecuzione costante”. In questo scenario, l’affetto del marito Massimo Marino viene descritto come un elemento di stabilità in giorni definiti difficili. Al centro della narrazione giudiziaria rimane però il nocciolo dei fatti contestati: un’azione reiterata che, secondo la denunciante, avrebbe stravolto la quotidianità propria e della propria famiglia, arrivando a incidere persino sulle condizioni di salute della figlia. La complessità del caso risiede anche nell’intreccio tra il profilo pubblico dei soggetti coinvolti e l’evolversi di un’inchiesta che affonda le radici in un vecchio caso di tentato femminicidio, creando un cortocircuito tra esperienze professionali passate e i confini, sempre labili in questi contesti, tra il diritto di critica e l’eventuale sconfinamento in atti persecutori.




