Il giorno del ricordo, lo spettro delle 41mila vittime lombarde e la rabbia degli infermieri dimenticati

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sei anni sono trascorsi da quel 18 marzo 2020, quando le immagini dei camion militari in fila a Bergamo per trasportare le bare delle vittime del Covid fecero il giro del mondo, consegnando per sempre alla memoria collettiva la dimensione tragica di una pandemia che in Lombavia, solo nei primi due anni, ha causato 41mila decessi. Una ferita che oggi, nella Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’epidemia di Coronavirus, istituzioni e cittadini hanno cercato di onorare con cerimonie sobrie e raccolte, dal ciliegio della memoria piantato ad Adria nel 2022 fino al Memoriale Parentesi a Rho, l’opera pubblica inaugurata nel giugno del 2021. In ciascuna di queste commemorazioni, a San Canzian d’Isonzo come a Bergamo, dove il ministro per la Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, ha deposto una corona al Cimitero Monumentale, il filo conduttore è stato il medesimo: “Non dimenticheremo”. Eppure, mentre si ricordavano le oltre settemila vittime del Friuli Venezia Giulia e il sacrificio di chi era in prima linea, come l’assessore regionale alla Salute Riccardo Riccardi, dal mondo di chi quella emergenza l’ha vissuta sulla propria pelle è arrivato un grido d’allarme che poco ha a che fare con la retorica della memoria.

Sei anni dopo, l’emergenza silenziosa negli ospedali

Se il 18 marzo è il giorno per non dimenticare chi non c’è più, per chi opera nelle corsie degli ospedali è anche il giorno per raccontare un’altra verità, fatta di turni massacranti e stipendi fermi. Andrea Bottega, segretario nazionale del sindacato degli infermieri Nursind, ha scelto proprio questa data per lanciare un allarme che definirebbe “paradossale”, se non fosse drammaticamente concreto: “Sei anni dopo lavoriamo come durante la pandemia”, ha dichiarato, fotografando una situazione in cui le misure emergenziali, lungi dall’essere state superate, sembrano essere diventate la norma. Basti pensare che il decreto Milleproroghe ha recentemente allungato fino al 31 dicembre 2029 la possibilità per i sanitari con Titolo conseguito all’estero di esercitare in Italia senza il pieno riconoscimento del ministero della Salute, una deroga nata per far fronte all’emergenza ma che oggi, di fatto, certifica la cronicità di una carenza di organico.

La fuga dalla professione: tremila infermieri in meno all’anno

I numeri, in questo senso, parlano con una chiarezza che non necessita di interpretazioni. In Lombardia, la regione che più di tutte è stata simbolo della crisi pandemica, il fenomeno della fuga degli infermieri dalla sanità pubblica non accenna ad arrestarsi. Nel 2024 se ne sono contati 3.523 in meno, nel 2023 erano stati 3.234 e nel 2022 il saldo negativo aveva toccato quota 3.772. Un’emorragia professionale che, spiegano dai sindacati, solo per un terzo è imputabile al pensionamento. La ragione principale è un’altra, ed è fatta di buste paga ferme a 1.700.800 euro e di turni che logorano il e la mente. Una fuga che non conosce confini regionali, se è vero che il Nursind parla di un Paese in cui mancano ancora all’appello quasi 1.700 posti di terapia intensiva e sub-intensiva promessi e mai del tutto realizzati, e dove il progetto delle Case di comunità, cardine della sanità territoriale voluta dal Pnrr, arranca per la mancanza di circa 9.600 infermieri.

Il rischio di un sistema che dimentica chi cura

Mentre le autorità, come a Rho con il sindaco Andrea Orlandi e il vicesindaco Maria Rita Vergani, si raccoglievano in silenzio accanto ai monumenti, o come a Bergamo ascoltavano il quintetto di ottoni del Conservatorio, la denuncia di chi ha retto l’urto della pandemia suonava come una dissonanza. Non c’è solo il ricordo delle vittime, infatti, ma anche quello di un impegno profuso che rischia di essere vanificato da un sistema che non riesce a trattenere i suoi professionisti. La richiesta di un Piano pandemico nazionale, ancora non realizzato, e di una programmazione strutturale che superi la logica degli interventi tampone, riecheggia come un monito. L’immagine dei camion militari a Bergamo resta impressa nella storia, ma per chi oggi lavora in un ospedale lombardo l’emergenza non è solo un capitolo di un libro di storia; è la cronaca di una professione che si sente equiparata, nella considerazione contrattuale, a ruoli che non condividono la stessa responsabilità e competenza, una situazione definita “umiliante” dai rappresentanti di categoria e che spinge migliaia di loro a cercare fortuna all’estero o in altri settori.

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