Israele, a tre anni dal 7 ottobre il Paese si spacca tra dolore e proteste
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Redazione Esteri
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A tre anni esatti dal massacro del 7 ottobre 2023, Israele ha commemorato le vittime con una serie di cerimonie, memoriali e manifestazioni distribuite in oltre 400 località del Paese. Alle 6:29 del mattino, l'ora in cui i miliziani guidati da Hamas avevano fatto irruzione nelle comunità israeliane lungo il confine con la Striscia di Gaza, è stato osservato un momento di silenzio nazionale. In quel giorno erano state uccise più di 1.200 persone, tra cui bambini, donne, anziani e intere famiglie, mentre altre 251 erano state prese in ostaggio e portate nell'enclave.
Un milione di chiamate al supporto psicologico
Il peso psicologico di quanto accaduto continua a farsi sentire con numeri drammatici. L'associazione Eran, che gestisce la linea telefonica di supporto per la salute mentale, ha reso noto che circa un milione di persone ha contattato i suoi servizi dal 7 ottobre 2023 al 2026. Le richieste di aiuto legate a pensieri suicidari sono aumentate in modo preoccupante: il 2,35 per cento delle chiamate totali conteneva riferimenti espliciti a intenzioni suicide, una percentuale salita dal 2 per cento del primo anno al 2,83 per cento del terzo.
Il fenomeno ha colpito in particolare i giovani sotto i 24 anni, che rappresentano un quarto delle richieste totali e hanno visto raddoppiare le chiamate legate al suicidio, passando dal 2,6 al 4,4 per cento.
David Koren, amministratore delegato di Eran, ha spiegato che i tre anni di guerra hanno messo la popolazione di fronte a «una dura e persistente realtà», aggiungendo che «dietro ogni richiesta di aiuto c'è una persona che lotta contro il dolore, la perdita, l'ansia, la solitudine, il burnout». La solitudine è emersa come il problema più diffuso, passando dal 28 per cento del primo anno al 41 per cento del terzo, mentre tra il personale militare e i riservisti le chiamate hanno raggiunto quota 160.000.
Le rivelazioni sugli avvertimenti ignorati
Sul fronte politico, l'anniversario è stato preceduto da una serie di rivelazioni giornalistiche che hanno riacceso le polemiche sulle responsabilità della leadership israeliana. Un'inchiesta pubblicata dal quotidiano Yedioth Ahronoth e dal sito Ynet ha confrontato un documento di 55 pagine diffuso da Benjamin Netanyahu in febbraio con i verbali originali delle riunioni e le testimonianze raccolte, rilevando omissioni e modifiche al contesto.
Secondo l'indagine, il primo ministro israeliano avrebbe presentato la propria posizione come orientata a colpire i vertici di Hamas, mentre i registri originali mostrerebbero che egli cercò ripetutamente di preservare la calma a Gaza, rifiutando di approvare le operazioni proposte dai vertici della sicurezza.
L'inchiesta cita in particolare le raccomandazioni formulate nell'aprile 2023 dall'allora capo dello Shin Bet, Ronen Bar, e dal capo di stato maggiore Herzi Halevi, che avevano proposto assassinii mirati nella Striscia. Un mese dopo, Bar avrebbe avvertito che una campagna militare a Gaza sarebbe stata inevitabilmente necessaria, esortando a preparare un attacco preventivo. Netanyahu, tuttavia, avrebbe risposto che esisteva un «forte equilibrio di deterrenza» con Hamas e non avrebbe dato il via libera alle operazioni.
Il 10 settembre 2023 Bar avrebbe segnalato una «situazione di sicurezza grave», con il rischio significativo di convergenza su più fronti, ma l'obiettivo definito dal primo ministro sarebbe stato quello di mantenere «il periodo delle festività il più tranquillo possibile».
Incursioni in Cisgiordania e aggressioni ai giornalisti
Nelle stesse ore, in Cisgiordania le forze militari israeliane hanno effettuato un'incursione nel campo profughi di Balata, a est di Nablus, il più grande della regione, facendo irruzione in un'abitazione e arrestando un giovane.
Sempre martedì, il fotografo palestinese Jaafar Ashtiyeh, 58 anni, corrispondente di lunga data dell'Agence France-Presse nei territori palestinesi, è stato aggredito da un gruppo di coloni israeliani mentre documentava, insieme a un collega, le violenze contro un gruppo di agricoltori intenti a raccogliere olive nei pressi della località di Aqraba, nel nord della Cisgiordania.
Secondo il racconto del collega John Wessels, capo fotografo dell'AFP per Israele e i territori palestinesi, un colono a bordo di un quad si è diretto verso i due giornalisti aprendo il fuoco e colpendo al piede un uomo palestinese. Subito dopo almeno altre sei persone armate si sono avvicinate ai due reporter: mentre Ashtiyeh cercava di risalire sull'auto contrassegnata dalla scritta «PRESS», due uomini gli sono saltati addosso picchiandolo con i calci dei fucili.
Il fotografo è stato portato in ambulanza all'ospedale di Nablus, dove è rimasto cosciente e sotto osservazione; gli esami radiologici non hanno rilevato fratture, ma ha riportato contusioni alla testa e al torace. L'aggressione è avvenuta a circa 500 metri da un gruppo di soldati israeliani che, secondo il racconto del collega, non sono intervenuti.
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