Baby Gang chiama dal palco il rapper in carcere: nella cella trovato un telefono

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Durante l’esibizione al One day music festival di Catania, lo scorso primo maggio, il rapper Baby Gang — pseudonimo di Zaccaria Mouhib — ha interrotto l’esecuzione del brano Italiano per videochiamare dal palco Niko Pandetta, nome d’arte di un collega detenuto nel carcere di Rosarno. «È mio fratello, un c… di casino per Niko Pandetta», avrebbe gridato l’artista alla folla, che ha risposto con applausi e incitamenti. Quella chiamata, però, potrebbe avere conseguenze giudiziarie per entrambi.

Pandetta, 34enne già noto per condanne legate a spaccio ed evasione, è stato infatti raggiunto da un nuovo provvedimento: la perquisizione della sua cella ha portato al sequestro di un telefono, strumento vietato ai detenuti. L’episodio ha spinto la procura di Catania ad avviare accertamenti, mentre il musicista — nipote del boss mafioso Turi Cappello — è ora indagato per accesso abusivo a dispositivi di comunicazione. Non è chiaro come il cellulare sia entrato in carcere, ma il collegamento pubblico con Baby Gang ha reso inevitabile l’intervento delle autorità.

La canzone Italiano, pubblicata dai due nel 2024, è diventata involontariamente il pretesto per riaccendere i riflettori sulle condizioni carcerarie e sulle infrazioni commesse dietro le sbarre. Se da un lato il gesto di Baby Gang è stato interpretato come una forma di solidarietà artistica, dall’altro ha sollevato interrogativi sulle modalità con cui Pandetta abbia potuto ricevere la chiamata. Le indagini, ancora in corso, dovranno stabilire se vi siano state negligenze da parte del personale penitenziario o se il telefono fosse occultato da tempo.

Quello tra musica e illegalità è un binomio ricorrente nella scena trap, dove i testi spesso attingono a esperienze personali, talvolta ai limiti della legge. In questo caso, però, la performance live ha oltrepassato la finzione artistica, trasformandosi in un elemento probatorio. Le dinamiche dell’episodio ricordano altri casi in cui l’uso improprio della tecnologia in carcere ha portato a inchieste, come accaduto in passato con detenuti ripresi mentre postavano sui social nonostante la reclusione.

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