Addio all'agente Scarpati, il gip: "Condotta scellerata"
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Redazione Interno
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Una fitta e silenziosa commozione ha accompagnato i funerali dell’assistente capo coordinatore Aniello Scarpati, il poliziotto morto a Torre del Greco dopo essere stato investito da un Suv mentre era in servizio, a bordo di una volante. La cerimonia, celebrata nella Chiesa Evangelica ADI presso la stazione centrale di Napoli, ha visto una partecipazione corale, non solo di colleghi in divisa ma anche di autorità civili e religiose, tra le quali il Ministro dell'interno Matteo Piantedosi, il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca e l'Arcivescovo di Napoli Monsignor Battaglia, uniti in un sentimento di lutto che trascendeva i ruoli istituzionali.
La decisione del giudice
Mentre la città dava l’ultimo saluto all’agente, la macchina della giustizia procedeva con celerità. Il gip Riccardo Sena del tribunale di Torre Annunziata, infatti, ha convalidato l’arresto e disposto la custodia in carcere per il 28enne Tommaso Severino, accusato di avere causato la morte di Scarpati. Durante l’udienza, si è appreso dalle parole del suo legale, l’uomo ha risposto alle domande del magistrato singhiozzando, in un quadro emotivo che però non ha influito sulla severa decisione del giudice.
Le parole dell'ordinanza
A motivare il provvedimento carcerario è stata una condotta di guida definita, nelle righe dell’ordinanza, “incosciente e scellerata”. Il gip ha sottolineato come l’imputato, che ha ucciso un poliziotto “impegnato soltanto a svolgere il suo lavoro”, abbia con le sue azioni messo “a repentaglio altre vite”, inclusa quella di alcuni minorenni che si trovavano a bordo del suo veicolo. Una ricostruzione, questa, che delinea una responsabilità penale gravissima, andando ben oltre la dinamica dell’incidente stradale.
Il percorso giudiziario
Il percorso giudiziario per Tommaso Severino, pertanto, prende una direzione precisa. La custodia cautelare in carcere, disposta dal gip in accoglimento integrale delle richieste della Procura, lo vede ora indagato per una serie di reati che, secondo il codice penale, contemplano le conseguenze di atti pericolosi per la pubblica incolumità. Un epilogo amaro che, se da un lato segna l’inizio di un iter processuale, dall’altro non restituisce certo il collega ai suoi familiari e a quanti, in divisa, gli hanno reso onore.




