Flash mob dei bengalesi a Torino: “Il molestatore della tredicenne deve stare in carcere”

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo
INTERNO Preferisci Informazione.News su Google

Redazione Interno Redazione Interno   -   Una quarantina di cittadini bengalesi residenti a Torino si è riunita nel pomeriggio di oggi, 7 settembre, davanti al Comune per un presidio che aveva l'obiettivo di condannare l'atto di violenza sessuale commesso dal loro connazionale ai danni di una ragazzina di tredici anni, e di mostrare la propria vicinanza alla vittima. Sventolando bandiere italiane e del Bangladesh, il gruppo ha scandito un messaggio chiaro: l'uomo accusato di aver molestato la minorenne all'interno del minimarket di Borgo Vittoria non appartiene alla loro comunità, e il gesto compiuto richiede la massima punizione.

Ismail Sikder, presidente della moschea bengalese di via La Salle, ha fatto da portavoce alla protesta, spiegando che quella bambina avrebbe potuto essere sua figlia, o la sorella di qualcuno dei presenti, e che la solidarietà verso di lei è totale e incondizionata.

La manifestazione odierna, organizzata tramite passaparola sui social, ha inoltre rappresentato un'occasione per chiedere all'amministrazione comunale un intervento più incisivo sugli orari di apertura dei minimarket, luoghi che, come sottolineato da Sikder, se lasciati aperti tutta la notte rischiano di diventare terreno fertile per attività illecite.

Questo presidio, che ha visto la partecipazione di ristoratori, cuochi e gestori di esercizi commerciali, arriva a pochi giorni dall'episodio che ha scosso la città e dopo che l'arresto del quarantaduenne, avvenuto lo scorso 28 agosto, non è stato convalidato dal giudice, il quale ha invece disposto per l'indagato la misura cautelare dell'obbligo di firma.

La richiesta di giustizia e la presa di distanza

La manifestazione di oggi è stata caratterizzata da un netto rifiuto della violenza e da una chiara volontà di separare il comportamento del singolo dai valori dell'intera collettività. I manifestanti hanno voluto mandare un segnale forte alla città, sottolineando come l'episodio abbia gettato un'ombra su una comunità che da anni vive e lavora pacificamente a Torino, e che conta circa diecimila persone.

Ismail Sikder, che è arrivato in Italia oltre vent'anni fa, ha raccontato il clima di tensione e di vergogna che si è creato dopo la diffusione della notizia, con alcuni cittadini che hanno iniziato a insultare i commercianti bengalesi. "Non possiamo accettare che un nostro connazionale abbia violentato una ragazza", ha dichiarato il presidente della moschea, ribadendo che chi commette reati così gravi deve essere escluso dalla comunità.

La delegazione, che è stata ricevuta dall'assessore alla Sicurezza Marco Porcedda, ha avanzato una richiesta precisa: l'adozione di regole più severe per i minimarket, in particolare per quanto riguarda la chiusura notturna, una competenza che però il Comune ha ricordato essere di esclusiva pertinenza del governo nazionale.

Le parole del ministro Piantedosi e la posizione della Procura

Il caso ha suscitato l'attenzione anche a livello governativo. Il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi, intervenuto nel corso della trasmissione Agorà su Rai3, ha espresso perplessità sulla decisione del giudice, annunciando che il Viminale sta valutando la possibilità di revocare la protezione speciale di cui gode il quarantaduenne. Un permesso di soggiorno valido fino al novembre 2027 che, come spiegato dallo stesso ministro, potrebbe essere ritirato una volta conclusa la fase giudiziaria.

Piantedosi ha tenuto a precisare di nutrire il massimo rispetto per le decisioni dell'autorità giudiziaria, definendo però la scarcerazione "molto singolare". La Procura di Torino, che aveva inizialmente richiesto la custodia cautelare in carcere, ha già presentato impugnazione contro il provvedimento del gip che ha concesso l'obbligo di firma al quarantaduenne, difeso dall'avvocata Francesca D'Urzo.

Il ministro ha poi fatto intendere che, qualora l'esito del processo non dovesse portare a una condanna significativa, saranno adottati altri provvedimenti per garantire che l'uomo, che al momento non ha una fissa dimora e nessun parente in Italia, non possa rimanere sul territorio.

Il regime di protezione speciale e il ricorso al Riesame

Il quarantaduenne, originario del Bangladesh, era sbarcato a Lampedusa nel 2021 e aveva ottenuto la protezione speciale dalla questura di Torino al suo arrivo, un istituto giuridico che viene concesso quando il rimpatrio nel paese d'origine espone la persona a un rischio concreto di persecuzione o a violazioni dei diritti fondamentali. Secondo quanto emerso dalle indagini, l'uomo lavorava nel minimarket con un contratto part-time, ma di fatto prestava servizio per un numero di ore molto superiore, una circostanza che ha fatto scattare gli accertamenti della polizia amministrativa.

Dopo l'arresto, il gip non ha convalidato il fermo ritenendo non sussistente il pericolo di fuga, giudicando invece sufficiente l'obbligo di firma per le esigenze cautelari, in considerazione della resipiscenza mostrata dall'indagato e del trauma dell'arresto. Contro questa decisione, la Procura ha deciso di ricorrere al Tribunale del Riesame, sostenendo che sussistono ancora i pericoli di fuga e di reiterazione del reato.

Il flash mob di oggi ha rappresentato un momento di forte coesione sociale, nel quale la comunità bengalese ha voluto prendere nettamente le distanze dall'accaduto e invocare un inasprimento delle pene contro i responsabili di simili atti, nello specifico chiedendo che il loro connazionale resti in carcere.

Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.