"Troppi errori": Nature ritira lo studio sui costi economici del clima

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La prestigiosa rivista scientifica Nature ha ritirato, a distanza di pochi mesi dalla sua pubblicazione, uno studio che aveva stimato in 38 trilioni di dollari l'anno le perdite economiche provocate dai cambiamenti climatici entro il 2049. La decisione, formalizzata nelle scorse settimane, giunge in seguito a due commenti critici, diffusi ad agosto, i quali hanno evidenziato una serie di inesattezze nella qualità dei dati utilizzati e nella metodologia adottata dagli autori. L'articolo, intitolato “The economic commitment of climate change” e apparso lo scorso aprile, analizzava con modelli matematici l’impatto delle variazioni di temperatura e delle precipitazioni sulla crescita economica globale, ottenendo una risonanza mediatica notevole che lo ha portato ad essere uno dei paper scientifici più citati dai media nel corso del 2024.

Il caso sollevato da Rampini e la reazione della comunità scientifica

Proprio quell'ampia eco, e soprattutto il ritiro, sono stati al centro di un recente intervento del giornalista Federico Rampini, il quale, nella sua rubrica “Oriente Occidente” sul sito del Corriere della Sera, ha parlato esplicitamente di “scandalo” e ha definito lo studio come “pieno zeppo di dati falsi, manipolati, truccati”. Le sue affermazioni, veicolate attraverso un video dal Titolo “L’Apocalisse climatica che era un falso”, hanno riacceso il dibattito pubblico sulla solidità della ricerca in materia ambientale, sebbene le critiche mosse dalla rivista riguardino specificamente errori procedurali e di modellizzazione, senza alcun accenno a condotte fraudolente. Alcuni ricercatori, come il climatologo Antonello Pasini, hanno osservato come le motivazioni del ritiro, se esaminate, raccontino una storia diversa da quella di una presunta manipolazione, sottolineando piuttosto la correttezza di un processo di revisione che, quando funziona, individua e corregge gli errori.

L'impatto istituzionale di uno studio poi ritrattato

Ciò che rende peculiare la vicenda, al di là delle polemiche, è l’influenza che le conclusioni di quello studio hanno esercitato in ambito finanziario internazionale, prima della sua ritrattazione. Le sue proiezioni, infatti, erano state integrate nelle analisi del “Network for Greening the Financial System”, un consorzio che raccoglie numerose banche centrali di diversi paesi, fatta eccezione per la Federal Reserve americana uscita all'inizio dell'anno. Diverse istituzioni finanziarie avevano adottato quei dati come parametro di riferimento per condurre stress test sulle proprie politiche, valutando i rischi sistemici legati al clima; una circostanza che mostra come la scienza del clima, con i suoi inevitabili e pubblici tentativi ed errori, abbia ormai un peso diretto nelle decisioni economiche globali.

Il meccanismo di autocorrezione e le sue distorsioni nella comunicazione

Il ritiro di una pubblicazione rappresenta, nel complesso e imperfetto sistema della ricerca accademica, un momento fisiologico di autocorrezione, sebbene certamente imbarazzante quando coinvolge una rivista di tale levatura e un tema di così grande attualità. Tuttavia, il passaggio dalla discussione specialistica, fatta di commenti tecnici e di verifiche sui modelli, alla narrazione pubblica può generare distorsioni significative, dove le sfumature si perdono e le posizioni si polarizzano. La strumentalizzazione politica di singoli casi, d’altronde, non è un fenomeno nuovo e tocca molti campi della scienza, da quella climatica a quella epidemiologica, complicando il già difficile compito di informare con rigore. La vicenda dello studio su Nature rimane, in questo senso, un esempio emblematico di come un procedimento di revisione, per quanto conflittuale, venga poi interpretato e riletto in chiave spesso ideologica, ben al di là delle aule dei convegni e delle pagine delle riviste specializzate.

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