Minnesota come Weimar: l'America e la deriva autoritaria
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La promessa di libertà sulla quale è stata costruita l'identità degli Stati Uniti, sin dalle sue origini, si sta sgretolando sotto il peso di una violenza antica e sistemica, che i recenti, tragici eventi di Minneapolis hanno portato alla luce in maniera inequivocabile. Non si tratta, come alcuni osservatori hanno ipotizzato nelle settimane scorse, di episodi isolati dettati dalla contingenza o di una semplice, seppur dura, risposta all'ordine pubblico, bensì di un fenomeno ben più radicato e pericoloso, che vede le tecniche repressive – sviluppate storicamente per il controllo dei territori coloniali – rivoltarsi contro i cittadini stessi della nazione, in un boomerang imperiale che Aimé Césaire aveva già lucidamente teorizzato. La morte di attivisti durante le operazioni porta a porta e i rastrellamenti condotti dai federali disegnano un quadro inquietante, nel quale il confine tra sicurezza pubblica e repressione politica si fa sempre più labile e poroso.
Il sonno dogmatico e il risveglio amaro
Quando ha affermato che "la nazione è sotto attacco", cogliendo nel segno una preoccupazione diffusa, non ha fatto altro che confermare ciò che è ormai palese: la violenza e la discriminazione verso le classi più subalterne costituiscono da sempre un tratto costitutivo del Dna americano, un lato oscuro che periodicamente riemerge con forza drammatica. Gli sviluppi degli ultimi giorni, del resto, hanno reso insostenibile qualsiasi tentativo di leggere le azioni dell'amministrazione Trump come un semplice, seppur controverso, esercizio di governo; secondo la scrittrice Masha Gessen, ciò a cui si assiste è piuttosto la costruzione deliberata di un "terrore di Stato", finalizzato a instillare nella popolazione uno stato di paura costante e pervasivo, dal quale nessuno, in definitiva, può sentirsi completamente al sicuro. Una paura che, come dimostrano le cronache, non risparmia neppure chi si batte per i propri diritti.
Dalla teoria alla pratica: il boomerang della repressione
La sintesi di quanto sta accadendo nelle strade del Minnesota, dove si susseguono operazioni militari e deportazioni, trova una spiegazione proprio in quel processo teorizzato dall'intellettuale della Martinica, per il quale le metodologie sperimentate al di fuori dei confini nazionali finiscono per essere introiettate e riproposte all'interno del tessuto sociale domestico. Ciò che fa paura, in questo contesto, non è solo la brutalità della reazione, ma la sua natura sistematica e il suo obiettivo dichiarato di spezzare qualsiasi forma di dissenso, come evidenziato dall'uccisione di attivisti impegnati nella denuncia del razzismo strutturale. Si tratta di una repressione politica a tutti gli effetti, che procede per gradi e che sembra voler riscrivere le regole stesse del confronto civile in una democrazia.
Il tunnel lungo della reazione e il rischio per lo Stato di diritto
Come sottolineato dall'editorialista Gianni Riotta, che conosce profondamente la storia americana, dimenticare questo lato oscuro sarebbe un grave errore di valutazione, poiché esso è ciclicamente presente nel panorama politico della nazione. La reazione a quanto sta accadendo, per quanto vigorosa e diffusa, si scontra con una macchina repressiva che ha mostrato la sua efficacia e la sua determinazione, lasciando intendere che il percorso per un ripristino pieno dello Stato di diritto sarà complesso e irto di ostacoli. La democrazia statunitense, nata da un ideale di libertà, si trova oggi a dover fronteggiare la minaccia concreta della forza, in una spirale che richiama, per molti versi, certi periodi bui della storia europea, con Minneapolis che assume le sembianze di una cartina di tornasole di una crisi nazionale profonda e pericolosa.




