Imma Tataranni 5, il peso del passato e la pressione del nuovo procuratore

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Il meccanismo narrativo della serie, che ormai da cinque stagioni alterna il filo giallo alle tensioni della vita privata, trova nella terza puntata, andata in onda il 22 marzo, uno degli intrecci più riusciti. Al centro del caso di puntata, una doppia morte apparentemente distante nel tempo – quella dell’avvocato Marco Pignatelli e quella della figlia Gloria, avvenuta tre mesi prima – ma accomunata da un dettaglio tossicologico inquietante: nel sangue di entrambi era presente una sostanza psicotropa, capace di alterare la percezione del tempo e distorcere la realtà. È il ritrovamento del Corpo dell’avvocato, nel Parco Paradiso di Matera, a riaprire una ferita che il procuratore capo Altiero Galliano, interpretato da Rocco Papaleo, credeva di aver ricucito quando ancora lavorava a Potenza.

È qui che la sceneggiatura, ispirata ai romanzi di Mariolina Venezia, innesta il primo vero conflitto tra la protagonista Vanessa Scalera e il nuovo arrivato. Galliano, rigido e metodico, aveva archiviato l’inchiesta sulla morte della giovane Gloria, una decisione che Imma, scavando tra le pieghe del fascicolo, scopre essere stata frettolosa. Un dettaglio, sfuggito al superiore durante le indagini originarie, riemerge ora come un’ombra che non solo mette in discussione la chiusura del caso, ma mette a nudo la tensione latente tra il sostituto procuratore e il suo nuovo capo, un magistrato che non tollera lo “stile battitore libero” di Imma e che vede nella sua autonomia una minaccia all’ordine gerarchico. La pressione, quindi, non è solo quella di dover fare luce su un nuovo omicidio, ma anche quella, sottile e professionale, di dover dimostrare la superficialità con cui era stata gestita un’indagine precedente.

Parallelamente al filone investigativo, che si snoda tra i vivai di piante grasse e le dinamiche finanziarie legate a un complesso immobiliare, la puntata ha messo in scena il costante assedio emotivo a cui Imma è sottoposta. Da un lato, la presenza del marito Pietro (Massimiliano Gallo), divorato dalla gelosia nel vedere l’ex moglie concedersi una gita a cavallo con Mike, l’insegnante di inglese interpretato da Tim Daish, una complicità che l’uomo fatica a sopportare nonostante la separazione. Dall’altro, le pressioni lavorative che arrivano dal giovane manager Edoardo Fossati, il nuovo capo di Pietro interpretato da Lodo Guenzi, il quale, con la sua ossessione per gli obiettivi aziendali nel settore dei pannelli fotovoltaici, finisce per riversare sull’ex marito di Imma una tensione che inevitabilmente si ripercuote sulla loro già fragile dinamica familiare.

Ma è il confronto diretto con Galliano, sullo sfondo di un tribunale che diventa teatro anche di piccole rivalità personali – come quella tra l’archivista Moliterni e la cancelliera Diana per un ruolo in uno spettacolo teatrale – a regalare il momento di maggiore imbarazzo istituzionale. La scoperta della leggerezza con cui il caso di Gloria era stato archiviato costringe Galliano a giustificarsi con la sua stessa sostituta, rivelando, in una confessione privata, che sulla sua decisione avevano pesato la reputazione dei genitori della vittima – due stimati avvocati – e la sofferenza personale legata all’abbandono della moglie. Un retroscena che, se da un lato umanizza il personaggio interpretato da Papaleo, dall’altro accentua il solco professionale che lo divide da Imma, una pm che, a differenza sua, non concede sconti nemmeno quando il dolore personale tenta di offuscare la verità processuale.

L’ombra di Milano e le crepe nel rapporto di fiducia

Mentre l’indagine sulla sostanza allucinogena estratta dalla pianta grassa soprannominata “Fenix Arabia” si avvia verso la soluzione, grazie allo spirito di osservazione di Imma capace di cogliere particolari rivelatori in una videoregistrazione, la vita in procura subisce un’altra scossa. A gettare benzina sul fuoco è la scoperta, da parte di Diana, del manuale che rivela le ambizioni professionali della sua amica e superiore: Imma ha programmato di partecipare al concorso per diventare procuratore capo a Milano. La cancelliera, interpretata da Barbara Ronchi, si sente profondamente tradita, non tanto per l’ambizione in sé, quanto per il fatto che Imma abbia tenuto nascosto un progetto che, se realizzato, la costringerebbe a lasciare Matera e a interrompere una collaborazione che è diventata un pilastro fondamentale per entrambe. Un fraintendimento che si consuma in pochi attimi, alimentato anche dall’involontario “furto” di un ruolo teatrale ai danni della Moliterni, ma che viene ricomposto dopo un confronto diretto tra le due donne. In quella conversazione, è proprio Imma a indicare a Diana una possibile via d’uscita dal suo limbo professionale, suggerendole di candidarsi per il posto vacante nella stessa procura milanese – un gesto che, paradossalmente, ribalta il senso del presunto tradimento e restituisce complessità a un rapporto che sembrava essersi incrinato per sempre.

Il nodo irrisolto della sostanza e le pressioni incrociate

La specificità del caso di puntata – incentrato su una sostanza in grado di distorcere la realtà – si rivela funzionale non solo all’intreccio giallo, ma anche a mettere in luce le fragilità dei personaggi che orbitano attorno a Imma. La figura di Galliano, in particolare, emerge come quella di un uomo che, pur di non confrontarsi con le proprie ferite personali, ha preferito chiudere in fretta un’indagine scomoda, un atteggiamento che il personaggio di Vanessa Scalera non può tollerare. La pressione che il nuovo procuratore esercita sulla pm, però, non è solo quella derivante dal caso specifico, ma è una pressione costante, fatta di sguardi severi e di una rigida applicazione del regolamento che per Imma rappresenta una camicia di forza. È una dinamica che amplifica il senso di solitudine della protagonista, già provata dalla lontananza della figlia Valentina e dalle avances sempre più insistenti dei due uomini che ancora la desiderano.

La scrittura come specchio di un’umanità disgregata

La terza puntata, intitolata “La colpa si sconta solo vivendo”, conferma l’intenzione degli autori di utilizzare il genere poliziesco per esplorare il tema della disgregazione familiare e della responsabilità individuale. Se il caso dell’avvocato Pignatelli e di sua figlia si risolve con la rilevazione di una verità processuale che era stata volutamente ignorata, il sottotesto racconta di come il dolore possa portare a compiere scelte miopi, sia che si tratti di un padre disposto a tutto pur di proteggere il ricordo di una figlia, sia che si tratti di un magistrato che sceglie di archiviare un caso per non dover guardare dentro il proprio fallimento sentimentale. La scrittura, fedele allo stile di Mariolina Venezia, intreccia queste storie con naturalezza, facendo sì che le parole di Lucio Battisti, citate in una delle scene, riecheggino nel sottotesto emotivo dei personaggi, tutti impegnati a fare i conti con le conseguenze delle loro azioni passate. A poche settimane dal gran finale, in programma per il 29 marzo, il racconto lascia sullo sfondo la questione della procura di Milano e la decisione che Imma sarà chiamata a prendere, ma nel frattempo offre uno spaccato dettagliato di come la carriera e la vita privata possano diventare, in un ambiente come quello giudiziario, un’unica, inestricabile, inchiesta.

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