Addio a Lorenzo Reina, il pastore-artista che scolpì il Teatro Andromeda
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Redazione Cultura e Spettacolo
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L'Agrigentino, terra di luce e miti ancestrali, ha perso una delle sue figure più singolari e visionarie. Nella quiete della sua casa di campagna, a Santo Stefano di Quisquina, è stato trovato senza vita Lorenzo Reina, l’uomo che, partendo dall’umile eredità di pastore, ha plasmato con le sue mani un sogno di pietra e cielo. La scomparsa, avvenuta per cause naturali, è stata scoperta nella mattinata di venerdì 27 dicembre dal figlio Libero, il quale ha ritrovato il padre ormai esanime. Reina, che aveva appena compiuto 65 anni, lascia un vuoto profondo nel panorama artistico e culturale non solo siciliano, ma italiano. Un vuoto che, tuttavia, viene in qualche modo colmato dalla straordinaria opera alla quale dedicò l’esistenza: il Teatro Andromeda, un anfiteatro all'aperto scavato nella natura, dove i 99 posti per gli spettatori riproducono fedelmente le stelle della costellazione da cui prende il nome.
Un’opera nata dal dialogo con la terra
Il percorso di Reina, il quale da bambino seguiva il padre nel lavoro con le greggi, sembra il frutto di una necessità interiore che l’ha portato a tradurre in forme concrete il legame viscerale con il territorio agrigentino. Dopo gli inizi come scultore, il suo sguardo si è spostato verso un progetto di più ampio respiro, capace di inglobare il paesaggio stesso nell’opera d’arte. Si deve a lui, infatti, l’ideazione e la realizzazione di quel complesso architettonico e scultoreo, disseminato di opere gigantesche, che oggi attira visitatori da ogni parte del mondo. Quel teatro, posto in un luogo isolato e aspro, è diventato un simbolo potente di una spiritualità laica e terrena, un punto di incontro tra l’umano e il cosmico, dove la natura non fa solo da sfondo ma diventa essa stessa parte integrante dello spettacolo. Una concezione dell’arte, la sua, che rifiutava ogni tipo di separazione tra vita quotidiana e espressione creativa, tra fatica del lavoro e elevazione dello spirito.
Uno stile di vita coerente con la propria visione
La ricerca di Reina, d’altronde, non si limitava alla sola dimensione estetica, ma investiva ogni aspetto del vivere, come testimoniano alcune sue riflessioni personali. Aveva descritto, con parole impregnate di una ruvida poesia, una routine fatta di lunghe camminate nei boschi, di un’alimentazione essenziale basata sui prodotti della terra e del proprio pollaio, abitudini che seguiva dal lontano 1979. In quelle stesse pagine, con un’immagine che oggi appare quasi profetica, aveva anche scherzato sulla propria mortalità, immaginando che se fosse morto prima del tempo avrebbe potuto attribuire la fine a “un Dio che, mentre puliva il suo fucile, ha esploso un colpo per sbaglio”. Una metafora che racchiude la sua visione del mondo, fatta di accettazione del destino, di ironia e di una certa idea di fatalità, elementi che hanno sempre permeato il suo fare arte e il suo rapporto con l’esistenza.
L’eredità di un creatore solitario
La sua scomparsa lascia intatta, nella sua poderosa concretezza, l’opera che ha costruito pezzo per pezzo, trasformando una collina in un palcoscenico rivolto verso l’infinito. Il Teatro Andromeda resta il monumento più eloquente al suo genio, un luogo di incontro e meditazione che continua a parlare di quella fusione unica tra arte, natura e spiritualità che ha caratterizzato la sua intera parabola. Senza clamori e lontano dai riflettori delle grandi gallerie, Reina ha saputo costruire un microcosmo personale e universale al tempo stesso, dimostrando come la creatività possa germogliare anche in contesti apparentemente marginali, radicandosi nella materia stessa del territorio e della tradizione, per poi proiettarsi verso dimensioni più ampie e simboliche. La sua storia, dalla pastorizia alla scultura, dalla cura dei luoghi alla loro trasformazione in arte, rimane un esempio raro di coerenza e di visione.




