Addio a Lorenzo Reina, il pastore che scolpì un teatro tra i monti siciliani

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   È scomparso, in solitudine e in modo del tutto improvviso, una delle voci più autentiche e visionarie del panorama artistico isolano. Lorenzo Reina, come appurato dalle indagini dei carabinieri che sono intervenuti sul posto su segnalazione del figlio Libero, è stato rinvenuto senza vita nella sua abitazione di campagna a Santo Stefano Quisquina, in provincia di Agrigento, lo scorso 27 dicembre. Aveva da poco compiuto 65 anni. La sua dipartita, avvenuta per cause naturali come accertato dagli accertamenti medico-legali, chiude una parabola umana e creativa che ha saputo fondere, con rara intensità, la materia grezza della terra con le sfumature più sottili dell'ispirazione.

Una vita tra gregge e creazione

La sua figura, che molti amavano definire "pastore-artista", incarnava infatti una sintesi potentissima e antica. Nato a Comitini ma di fatto cittadino del mondo per la portata universale della sua opera, Reina aveva scelto consapevolmente una vita di frugalità e lavoro manuale, dedicandosi alla pastorizia, attività che non abbandonò mai e che divenne parte costitutiva del suo sguardo sul reale. Da quella quotidianità fatta di fatica e contatto diretto con gli elementi – il vento, la pietra, il ciclo delle stagioni – trasse la forza e la concretezza per dar forma a un sogno che, nel corso di decenni, avrebbe assunto i contorni di un'opera monumentale eppure delicatamente integrata nel paesaggio. Egli, il quale preferiva spesso modellare il cemento a mani nude, considerava il gesto artistico non come un'astrazione, ma come un'estensione naturale del lavoro dei campi, una forma di coltivazione della bellezza.

L'opera-sogno del Teatro Andromeda

Il frutto più maturo, e certamente il più celebre, di questa filosofia di vita è il Teatro Andromeda, da lui concepito e pazientemente costruito a oltre mille metri di altitudine su un altopiano delle montagne quisquinesi. Quello spazio, che non a caso evoca nella forma la costellazione boreale, non è un semplice anfiteatro all'aperto. Si tratta piuttosto di un vero e proprio organismo architettonico e spirituale, dove ogni elemento – dalle gradinate in pietra e cemento, disposte secondo un allineamento astronomico preciso, alla posizione del palco che guarda verso l'infinito della vallata – dialoga con il cosmo. Reina, il cui genio è stato riconosciuto anche attraverso l'istituzione di un premio a lui dedicato per i "talenti umbratili", ha realizzato così un luogo unico, sospeso tra archeologia futura e memoria contadina, divenuto nel tempo palcoscenico per performance, incontri e riflessioni, capace di attrarre visitatori da ogni parte del mondo.

Il cordoglio e il ricordo di un'eredità incorruttibile

Il vuoto lasciato dalla sua scomparsa è profondo, soprattutto in quelle terre dell'Agrigentino che lui ha contribuito a rendere mitiche attraverso la sua ostinata poetica. A esprimere pubblicamente il cordoglio, tra gli altri, è stato il sindaco di Comitini, Luigi Nigrelli, che lo ha ricordato come "un artista puro e geniale, capace di portare la vita e l’arte tra le montagne più remote della Sicilia", sottolineando il legame indissolubile che Reina mantenne sempre con i luoghi della sua origine. La sua arte, del resto, sfugge a qualsiasi catalogazione facile, resistendo alle etichette come le sue sculture resistono alla salsedine e al gelo invernale dell'altopiano. Essa si offre piuttosto come un monolite di significato, un invito a riconsiderare il rapporto tra uomo, natura e cielo. L'opera che ci lascia, per sua stessa natura site-specific e profondamente radicata in quel preciso fazzoletto di Sicilia, sembra destinata a sopravvivergli a lungo, continuando a interrogare chiunque salga fin lassù, in cerca di silenzio e di stelle, con la stessa forza muta e potente delle pietre che egli stesso pose, una a una, con infinita pazienza.

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