La morte di Mastropietro e l’indagine sui poliziotti: i dubbi del caso che divide la Puglia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Quando gli agenti dei Falchi lo hanno raggiunto in quel campo alla periferia di Grottaglie, Michele Mastropietro respirava ancora. La sua felpa era macchiata di sangue, le mani sporche, il corpo segnato dalla fuga dopo l’omicidio del brigadiere Carlo Legrottaglie. Alle 12.10, poco dopo essere stato ammanettato, ha perso conoscenza: l’ambulanza del 118, arrivata sul posto, non ha potuto far altro che constatarne il decesso. Da quel momento, la procura di Taranto ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo contro i due poliziotti che hanno esploso i colpi mortali, trasformando una cattura in un caso giudiziario.

Le immagini del fermo, acquisite dagli investigatori, mostrano i secondi concitati dell’arresto. «Francè, è fatta, è fatta, tranquilli», grida un agente nel video di 22 secondi che riprende Mastropietro, ormai circondato, mentre viene immobilizzato a terra. Quel filmato, però, non racconta cosa sia accaduto prima: i colpi sparati, le ferite riportate dall’uomo, il momento esatto in cui ha iniziato a perdere sangue. Quel che è certo è che, quando i rinforzi sono arrivati, il 59enne – già noto alle forze dell’ordine per precedenti penali – era ancora cosciente, ma in gravi condizioni.

La dinamica dell’intervento sta ora sotto la lente dei magistrati, che dovranno stabilire se l’uso delle armi sia stato proporzionato o meno. Mastropietro, insieme a Camillo Giannattasio, aveva ucciso Legrottaglie durante una rapina finita male nei pressi di Francavilla Fontana, scatenando una caccia all’uomo durata ore. Bloccati in una masseria isolata, i due avevano opposto resistenza, costringendo gli agenti a sparare. Se Giannattasio è sopravvissuto, Mastropietro no: una circostanza che ha riaperto il dibattito sui limiti dell’intervento delle forze dell’ordine.

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