La strage nella Striscia e i dubbi del Vaticano: il raid sulla chiesa che divide

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Che il proiettile sparato da un carro armato israeliano contro la chiesa della Sacra Famiglia a Gaza sia stato un "errore", come sostiene il governo di Benjamin Netanyahu, è una versione che il Vaticano non accetta senza interrogativi. A sollevare pubblicamente il dubbio è stato il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, durante un’intervista al Tg2 Post. «Si può legittimamente dubitare», ha affermato, lasciando intendere che dietro l’attacco potrebbe celarsi una volontà precisa. Una posizione che, sebbene cauta nel linguaggio, suona come un’accusa velata, soprattutto considerando il contesto in cui matura: quello di una guerra che da ventuno mesi devasta Gaza, con migliaia di vittime civili, e di un esecutivo israeliano sempre più influenzato da frange estremiste.

L’episodio risale a due giorni fa, quando un colpo di artiglieria ha centrato il complesso parrocchiale, uccidendo due donne anziane che si erano rifugiate sotto una tenda nel cortile e ferendo altri presenti, tra cui membri della comunità religiosa. Le immagini diffuse mostrano il frontone della chiesa squarciato, la croce – alta quasi due metri – danneggiata dalle schegge, mentre detriti e frammenti di metallo hanno raggiunto anche gli spazi interni. «Quello che è successo è terribile», ha raccontato su L’Osservatore Romano don Gabriel Romanelli, parroco della Sacra Famiglia, descrivendo una situazione ormai insostenibile.

Netanyahu ha parlato di «incidente», ma la scelta lessicale non convince chi, come il Vaticano, osserva con preoccupazione l’escalation di violenza contro i luoghi di culto. «Diamo tempo per capire cosa sia effettivamente accaduto», ha aggiunto Parolin, sottolineando come i cristiani rappresentino tradizionalmente «un elemento di moderazione» in Medio Oriente. Un ruolo che, in questo conflitto, sembra contare sempre meno. Del resto, definire "errore" un attacco che distrugge un edificio sacro – l’unica parrocchia cattolica ancora attiva a Gaza – suona come un eufemismo grottesco, specie quando a morire sono civili inermi.

Intanto, i numeri della strage continuano a salire: fonti locali parlano di oltre cento morti negli ultimi giorni, tra cui almeno trentacinque persone uccise mentre attendevano aiuti alimentari. Un massacro nel massacro, che ha spinto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a denunciare senza giri di parole l’effetto di tali azioni: «Colpire dove si prega e si ha fame genera odio». Parole che risuonano come un monito, mentre la diplomazia internazionale arranca e le parti in conflitto – Israele, Hamas, ma anche l’Iran, attore sempre più presente nello scenario mediorientale – continuano a alzare la posta in gioco.

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