Il governo italiano e l’imbarazzo di fronte a Gaza, tra silenzi e subalternità a Netanyahu
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Redazione Esteri
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Mentre Francia, Germania e Regno Unito hanno rotto gli indugi, chiedendo con un’insolita fermezza la fine della "catastrofe umanitaria" a Gaza e opponendosi all’annessione israeliana dei territori palestinesi, l’esecutivo di Giorgia Meloni persiste in un silenzio complice. Una posizione che, lungi dall’essere neutrale, conferma l’allineamento quasi incondizionato al governo di Benjamin Netanyahu, nonostante l’escalation di violenze e le accuse di genocidio rivolte a Israele dalla Corte internazionale di giustizia.
A smascherare l’isolamento italiano ci ha pensato il segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, il quale – con quel dulciter in modo, fortiter in re tipico della diplomazia della Santa Sede – ha corretto platealmente Meloni sul riconoscimento dello Stato palestinese. «Non può essere considerato prematuro», ha detto Parolin, ricordando che il Vaticano lo fece «da mò», come direbbero a Roma. Un’espressione popolare che suona come una stoccata alla retorica del governo, impegnato a rimandare ogni presa di posizione.
D’altronde, se il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha evitato toni netti, Matteo Salvini non ha esitato a bollare come «pericolosa» la mossa francese, sostenendo che riconoscere la Palestina oggi equivarrebbe a «fare un favore ad Hamas». Per il leader della Lega, solo il disarmo del gruppo e la liberazione degli ostaggi potrebbero aprire a un negoziato, una linea che – seppur condivisa da parte dell’Occidente – stride con l’appello vaticano a non strumentalizzare le sofferenze di civili stremati.
Intanto, Donald Trump – tornato alla Casa Bianca – ha preso le distanze da Netanyahu, parlando senza giri di parole dei «bambini molto affamati» a Gaza. Una dichiarazione che, se da un lato non modifica la storica vicinanza Usa a Israele, dall’altro segnala fratture nell’asse internazionale che Roma sembra ignorare.




