Alta tensione tra Vaticano e Netanyahu dopo il raid sulla chiesa di Gaza

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’ennesimo episodio di violenza nella Striscia di Gaza ha inasprito i rapporti tra Israele e Santa Sede, già tesi da mesi di conflitto e accuse reciproche. Il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, ha espresso pubblicamente dubbi sulla versione israeliana riguardo al raid che giovedì scorso ha colpito la chiesa della Sacra Famiglia, causando tre vittime e numerosi feriti tra i civili rifugiatisi nell’edificio. «Legittimo dubitare che sia stato un errore», ha dichiarato Parolin, in una presa di posizione netta che riflette il malcontento del Vaticano dopo giorni di silenzio diplomatico.

La reazione della Segreteria di Stato arriva a poche ore dalla telefonata tra Benjamin Netanyahu e Papa Leone XIV, descritta da fonti vicine come «tesa». Sebbene il contenuto del colloquio non sia stato reso noto, è evidente che non abbia placato le preoccupazioni della Santa Sede. Anzi, l’intervento di Parolin – chiaramente coordinato con il Pontefice – segna un ritorno alla centralità della diplomazia vaticana, dopo anni di gestione più informale sotto Francesco.

Intanto, i numeri continuano a parlare: solo nell’ultima giornata, oltre cento palestinesi hanno perso la vita, tra cui 37 uccisi mentre attendevano in fila per ricevere aiuti umanitari. Una strage che ha spinto Leone XIV a rinnovare il suo appello durante l’Angelus domenicale. «Si fermi subito la barbarie della guerra», ha implorato il Papa, affacciandosi da piazza San Pietro con tono accorato. Le sue parole, cariche di un pathos insolito, hanno sottolineato il timore che il Medio Oriente possa trasformarsi in un epicentro di instabilità globale.

A Gaza, intanto, il cardinale Pierbattista Pizzaballa ha voluto celebrare personalmente la messa nella chiesa danneggiata, portando conforto ai fedeli terrorizzati. «Non siete dimenticati», ha assicurato il Patriarca latino di Gerusalemme, concludendo una visita iniziata venerdì per dimostrare vicinanza a una comunità stremata. Il gesto, simbolico ma significativo, ribadisce l’impegno della Chiesa nel denunciare le sofferenze dei civili, senza cedere a strumentalizzazioni politiche.

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