Decreto sicurezza, la Camera approva tra l’inno e i cartelli delle opposizioni. Ora la corsa per il bis a Palazzo Chigi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La maratona, cominciata tre giorni prima tra i banchi di Montecitorio, si è conclusa allo scoccare della mezzanotte simbolica del venerdì, quando il provvedimento tanto discusso – varato a febbraio dal Consiglio dei ministri – ha incassato il via libera definitivo con 162 voti favorevoli e 102 contrari, più un astenuto che non ha scalfito la sostanza del risultato. È la legge, ormai, quella che rafforza il pugno dello Stato in materia di ordine pubblico, toccando temi sensibili come il porto di lame e le manifestazioni di strada, ma è una vittoria che sa già di resa dei conti differita, perché l’approvazione è arrivata a pochi passi dallo scadere del termine utile per la conversione, blindata dalle forze di maggioranza nonostante il pressing serrato delle opposizioni.

Il momento clou dell’aula, però, non è stato solo quello dello scrutinio elettronico. Subito prima del voto finale, mentre l’aria si faceva irrespirabile per la tensione accumulata, i deputati di Fratelli d’Italia hanno intonato l’inno di Mameli; un gesto simbolico, carico di retorica patriottica, al quale si sono accodati – seppur con un significato diametralmente opposto – i membri del Partito democratico, del Movimento 5 Stelle e di Alleanza Verdi e Sinistra, alzandosi in piedi a loro volta. Pochi istanti dopo, questi ultimi hanno ribaltato il senso della celebrazione esponendo cartelli bianchi con una scritta che riassumeva tutta la loro contrarietà: "La nostra sicurezza è la Costituzione", una frecciata diretta a quello che considerano uno slittamento autoritario del dettato normativo.

La resa dei conti sul “tesoretto” degli avvocati e l’intervento del Colle

Se il testo principale è passato indenne, un suo particolare articolo – il contestatissimo 30-bis – ha rischiato però di far saltare l’intero impianto, costringendo l’esecutivo a una precipitosa marcia indietro tecnica. L’emendamento, che prevedeva un corrispettivo di circa seicento euro per i legali che ottengono il rimpatrio volontario (assistito) di un migrante, aveva infatti sollevato più di una perplessità negli ambienti giuridici. Non solo le opposizioni, ma anche le stesse associazioni forensi avevano parlato di un "premio" incompatibile con l’etica della difesa, alimentando il dubbio che la misura potesse scavalcare i principi di indipendenza del patrocinio.

Il vero terremoto, però, è arrivato dal Quirinale. Il presidente della Repubblica – che pure si guarda bene dall’entrare nel merito delle scelte politiche – ha fatto sapere, attraverso i canali ufficiali, che su quella norma specifica la firma di garanzia non sarebbe arrivata in tempi brevi, chiedendo di fatto un intervento correttivo per evitare uno scontro istituzionale sulla costituzionalità della legge. Di fronte a una simile prospettiva, che avrebbe vanificato mesi di lavoro parlamentare, la premier Giorgia Meloni – impegnata in queste ore a Cipro per un vertice europeo – ha delegato ai suoi la gestione della toppa.

Il Consiglio dei ministri bis: Tajani in cabina di regia

Mentre l’aula ancora applaudiva (o protestava) per la conversione, a Palazzo Chigi si apriva una riunione lampo, il Consiglio dei ministri convocato d’urgenza per firmare un decreto-legge parallelo. A presiedere la seduta, vista l’assenza della titolare, è il vicepremier Antonio Tajani, chiamato a mettere la firma su un testo che di fatto riscriverà le regole del "rimpatrio volontario assistito". La strategia del governo è chiara: lasciare che la legge madre entri in vigore nella sua interezza per non bloccare le misure sulla sicurezza urbana (come il contrasto alle baby gang e le tutele per le forze dell’ordine) e contestualmente sterilizzare il solo effetto dell’articolo 30-bis con un intervento successivo.

Questo secondo provvedimento – che dovrebbe essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale quasi in simultanea con l’altro – allarga la platea dei possibili beneficiari del contributo, includendo mediatori culturali e organizzazioni non governative, e svincola l’erogazione del fondo dall’esito positivo della procedura, cercando così di aggirare le obiezioni sollevate dai giuristi di palazzo. È una soluzione definita "di buon senso" dalla maggioranza, ma che ha il sapore amaro di una correzione imposta dall’alto per i detrattori del governo.

Le proteste in aula: cartelli e strategie dell’ostruzionismo

Prima di arrivare al voto, la Camera ha vissuto ore di fuoco programmatico. Le opposizioni, per marcare il loro dissenso verso l’intero impianto del decreto (che a loro dire restringe diritti civili senza offrire vere coperture finanziarie), hanno dato vita a una guerriglia parlamentare fatta di interminabili dichiarazioni di voto e ostacoli procedurali. I capigruppo di Pd, M5S e Avs hanno lamentato la compressione delle prerogative dell’assemblea, denunciando che un provvedimento così complesso è stato "cucito" addosso ai tempi strettissimi imposti dall’esecutivo, senza lasciare spazio a emendamenti sostanziali.

Il culmine della tensione, come detto, è arrivato con la coreografia dell’inno e dei cartelli: un momento in cui la contrapposizione è diventata visiva e sonora, spaccando idealmente l’emiciclo tra chi difende la linea dura del Viminale e chi invece invoca la Carta come scudo contro le "derive securitarie". Nonostante il polverone alzato, il meccanismo dei numeri (162 sì contro 102 no) ha funzionato perfettamente per la destra, che ha cantato l’inno a squarciagola senza timore di essere coperta dalle urla dei banchi opposti. Ora che la matassa sembra sbrogliata – con un testo blindato e il correttivo in rampa di lancio – la parola passa ai giudici della Consulta, che pure potrebbero essere chiamati in futuro a pronunciarsi sulla strana natura di una legge che nasce già con la sua modifica in tasca.

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