Raffaella Carrà, rubate due cinture storiche dalla mostra “Rumore” a San Benedetto del Tronto

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   L’ultimo giorno di una celebrazione pubblica può trasformarsi, talvolta, nel momento più vulnerabile per un allestimento. Ed è proprio in quella delicata fase di passaggio – quella in cui l’attenzione cala e il caos del disallestimento prende il sopravvento sulla rigorosa sorveglianza – che qualcuno ha deciso di colpire. Nella Palazzina Azzurra di San Benedetto del Tronto, in provincia di Ascoli Piceno, mentre si stavano chiudendo i battenti della mostra “Rumore”, dedicata alla carriera e allo stile inconfondibile di Raffaella Carrà, è stato scoperto il furto di due accessori di inestimabile valore affettivo e culturale. Non si tratta di semplici capi, bensì di due cinture originali che appartenevano a degli abiti di scena iconici, sottratte direttamente dai manichini dove erano esposte.

Il colpo, secondo una prima ipotesi degli investigatori, potrebbe essere avvenuto proprio durante gli orari di apertura al pubblico, approfittando di un attimo di distrazione dei sistemi di vigilanza; un’altra possibilità, vagliata dai carabinieri intervenuti sul posto, è che il furto sia stato messo a segno nelle fasi concitate che precedono la chiusura di un evento, quando l’afflusso di tecnici e addetti ai lavori rende più difficile monitorare ogni singolo oggetto. La denuncia formale è stata presentata dai collezionisti Giovanni Gioia e Vincenzo Mola, proprietari di “Collezioni Carrà”, l’archivio privato dal quale provenivano tutti i trenta abiti esposti per tre settimane, ovvero fino al 10 maggio. Sono stati proprio loro, durante il disallestimento della domenica mattina (poco prima dell’apertura al pubblico), ad accorgersi del vuoto inspiegabile tra i reperti.

Due pezzi di memoria televisiva spariti nel nulla

Gli accessori sottratti, come emerso dai primi rilievi, non sono accomunati solo dalla brillantezza dei cristalli che li impreziosiscono, ma anche dal loro preciso collocamento temporale nella carriera dell’artista. La prima è una cintura indossata nel 2006, la seconda invece è quella che Raffaella Carrà portò durante una trasmissione televisiva nel 2008. Due epoche diverse, due look distinti, ma entrambe rappresentano quel codice estetico inconfondibile – fatto di lustrini, energia e rottura degli schemi – che ha reso la showgirl un fenomeno unico nel panorama italiano. La loro assenza, quindi, non costituisce soltanto un danno economico (per quanto rilevante), ma i proprietari parlano esplicitamente di «danno culturale ed emotivo», lanciando un appello affinché i pezzi vengano restituiti.

Le indagini dei carabinieri e l’ipotesi del furto in orario di visita

I militari dell’Arma, che stanno conducendo gli accertamenti, hanno già acquisito i filmati dei sistemi di videosorveglianza interni ed esterni alla Palazzina Azzurra. L’attenzione si concentra in particolare sui flussi di visitatori delle ultime quarantotto ore di apertura; nessuna pista viene esclusa, compresa quella di un ladro solitario che, magari con l’aiuto di un capo d’abbigliamento voluminoso, sarebbe riuscito a nascondere due cinture di dimensioni medio-piccole. Non è stata ancora resa nota l’eventuale presenza di altri reperti mancanti, ma per ora l’inchiesta si focalizza esclusivamente sui due accessori, la cui sparizione è stata ufficialmente verbalizzata come furto aggravato. Nessun indizio, al momento, lascia pensare a un errore di inventario o a uno spostamento non registrato.

L’appello dei collezionisti: “Restituitele, non sono solo accessori”

La frustrazione di Giovanni Gioia e Vincenzo Mola traspare dalle poche dichiarazioni rilasciate ai carabinieri prima di sporgere denuncia. Per loro, che custodiscono l’archivio privato più consistente dedicato a Raffaella Carrà, quelle due cinture rappresentavano un frammento fisico di una storia artistica che ha attraversato generazioni. «Il valore non è solo commerciale», avrebbero detto ai militari, «ma risiede nel legame con chi le ha indossate e con il pubblico che le ha ammirate in televisione». L’appello che ne è scaturito ha una direzione ben precisa: che il furto non si trasformi in una dispersione definitiva di memoria. E mentre i carabinieri continuano a visionare metro per metro i nastri delle telecamere, la mostra “Rumore” si è già chiusa, lasciando però un’amara scia di cristalli e polvere da ballo.

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