Il silenzio sulla fine di Guglielmo Gatti, l'omicida degli zii scomparso nel 2005
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Una telefonata di routine, quella che ha rotto un silenzio durato quasi tre anni, riportando alla luce una vicenda che sembrava essersi conclusa con l'ergastolo. Guglielmo Gatti, l'uomo condannato per l'efferato duplice omicidio degli zii Aldo Donegani e Luisa De Leo, commesso nel luglio del 2005, è morto nella sua cella del carcere milanese di Opera il 15 giugno 2023. La circostanza, di per sé non eccezionale trattandosi di un detenuto che scontava una pena definitiva, assume i contorni di un mistero istituzionale per il modo in cui è stata occultata, o semplicemente dimenticata, senza che alcuna comunicazione ufficiale ne informasse neppure gli attori principali di quel dramma giudiziario.
La scoperta casuale e le domande dell'avvocato
A rivelare pubblicamente il fatto è stato il Giornale di Brescia, a cui si è rivolto, sconcertato, l'avvocato Luca Broli, il difensore storico di Gatti. "Non ne sapevo nulla. Voglio capire", ha dichiarato il legale, il quale, ignaro della sorte del suo assistito, ha appreso la notizia solo in queste ore e intende ora fare piena luce sulle dinamiche che hanno portato a una simile opacità. Una morte avvenuta in un istituto di massima sicurezza, dove Gatti era rinchiuso dal novembre 2007, non può infatti semplicemente svanire nel nulla, senza neppure un avviso formale a coloro che lo hanno rappresentato in anni di processi.
Il ricordo del delitto e i resti al passo del Vivione
Il crimine per cui l'uomo era stato condannato aveva scosso profondamente la provincia, inscrivendosi tra i capitoli più bui della cronaca nera bresciana. I corpi dei due coniugi, fatti sparire dopo l'uccisione, furono rinvenuti, seppur in condizioni che ne rendevano difficile il riconoscimento, in una località montana tra la Val di Scalve e la Val Camonica: il passo del Vivione, un luogo isolato che divenne la scena finale di una tragedia familiare. Quella scoperta, frutto di lunghe e complesse indagini, aveva permesso di ricostruire il quadro accusatorio e di condurre alla condanna definitiva il nipote, chiudendo un cerchio investigativo ma lasciando, come spesso accade, ferite insanabili.
L'opacità del sistema e una fine senza risposta
Ora, a distanza di quasi un triennio dalla scomparsa dello stesso autore materiale del delitto, è il funzionamento stesso del sistema a porre interrogativi gravosi. Come è possibile che un detenuto ergastolano muoia senza che il suo legale, figura centrale in ogni procedimento, ne venga informato? Quali procedure, se ve ne sono state, sono state seguite all'interno del penitenziario in seguito al decesso? La totale assenza di notizie, protrattasi per un arco di tempo così lungo, non coinvolge soltanto la sfera privata di una vicenda già dolorosa, ma sembra indicare una frattura nei canali di comunicazione che dovrebbero garantire trasparenza, persino di fronte alla fine di una vita reclusa.




