Larry Fink: l’intelligenza artificiale può amplificare le disuguaglianze, la risposta è nella proprietà diffusa

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La lettera annuale di Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, colosso mondiale della gestione del risparmio che amministra asset per oltre quattordicimila miliardi di dollari, è tradizionalmente un ibrico tra rendiconto finanziario e riflessione filosofica. Quest’anno, però, il documento si segnala per ciò che non contiene: nessun riferimento a Bitcoin, nonostante le commissioni che il gruppo incassa grazie agli exchange-traded fund sulle criptovalute, e nessuna menzione esplicita al mondo crypto, un’assenza tanto più significativa alla luce del recente lancio di un nuovo ETF su Ethereum. Al loro posto, Fink concentra l’attenzione su quella che definisce «la tecnologia più significativa» dai tempi del computer: l’intelligenza artificiale.

Secondo il ceo, il cuore della questione non risiede tanto nella tecnologia in sé, quanto nelle sue implicazioni sociali di lungo periodo, che egli definisce «enormemente importanti» per il mercato del lavoro. Il ragionamento, rivolto direttamente agli azionisti della società di asset management, si fa stringente: se la proprietà dell’AI non si diffonderà in maniera parallela alla sua adozione, l’effetto sarà quello di ampliare ulteriormente le disuguaglianze di ricchezza. L’allarme, formulato con la consueta pacatezza di chi muove miliardi di dollari, è un monito che attraversa l’intero testo, e che Fink lega indissolubilmente al ruolo del risparmio gestito come potenziale strumento di protezione per i lavoratori.

Mercati tra tensioni geopolitiche e dubbi sull’AI

La pubblicazione della lettera arriva in una fase di particolare volatilità per i mercati finanziari, scossi negli ultimi settimane da due fonti di instabilità. Da un lato, il conflitto in Medio Oriente, con le turbolenze derivate dalle tensioni tra Stati Uniti e Iran. Sebbene la situazione sia ancora lontana da una risoluzione, una deriva immediata è stata scongiurata dopo che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha rinviato di cinque giorni l’ultimatum all’Iran – che minacciava attacchi militari alle infrastrutture energetiche – ottenendo così la riapertura dello Stretto di Hormuz. Dall’altro, gli stessi mercati hanno mostrato un crescente scetticismo sulla capacità dell’intelligenza artificiale di generare i benefici economici a lungo attesi, un dubbio che Fink si trova ora a dover affrontare direttamente con i propri investitori.

La tokenizzazione come alternativa alla retorica crypto

Se la criptovaluta scompare dal discorso pubblico del fondatore di BlackRock, al suo posto emerge con chiarezza un’altra tecnologia: la tokenizzazione. Fink punta tutto su questa infrastruttura, che permette di digitalizzare asset reali e finanziari su blockchain, e che – a differenza delle criptovalute speculative – si sposa perfettamente con la missione istituzionale della società di gestione del risparmio. L’impressione, leggendo tra le righe della lettera, è che per il ceo la vera rivoluzione non sia nella moneta digitale decentralizzata, ma nella possibilità di rendere più efficienti e accessibili i mercati tradizionali attraverso la tecnologia di registro distribuito.

Competizione globale e ruolo del mercato

Fink non rinuncia al suo ottimismo di fondo, né alla fiducia nei benefici dell’economia di mercato. L’intelligenza artificiale, scrive, «è qui per restare» e si colloca al centro della competizione strategica tra Stati Uniti e Cina. Ma la sua analisi non si ferma alla geopolitica: il problema, per il gestore di fondi, è garantire che i frutti di questa innovazione non rimangano concentrati nelle mani di pochi. La proprietà diffusa, veicolata attraverso il risparmio gestito, diventa così la risposta che Fink oppone al rischio di una società polarizzata. Un ragionamento che, pur provenendo dal vertice del capitalismo finanziario, pone al centro il tema della distribuzione della ricchezza come variabile determinante per la stabilità futura.

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