Alessio Boni e il suo Don Chisciotte, un idealista tra i calanchi e la memoria della madre
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un filo sottile, eppure resistente, che lega la figura scalcagnata e ostinata del cavaliere dalla trista figura alla storia personale di Alessio Boni. Un filo che l’attore, intervistato da La Repubblica in questi giorni di vigilia dell’uscita del film, ha dipanato con una sincerità che non è comune, riportando tutto alla memoria di sua madre, una donna che, come Don Chisciotte, spese parte della propria vita per gli altri, per quei bambini che non potevano permettersi una gita scolastica, pagando per loro in silenzio, senza cercare riconoscenza alcuna. «Mia madre era Don Chisciotte», ha detto Boni, e in questa sovrapposizione tra l’eroe letterario e la figura genitoriale si coglie lo spessore di un’interpretazione che arriva sugli schermi dal 26 marzo, diretta da Fabio Segatori, e che promette di essere tutt’altro che una celebrativa e museale rilettura del capolavoro di Miguel de Cervantes.
Il film, che è stato presentato in concorso alla diciassettesima edizione del Bari International Film&Tv Festival, porta con sé la polvere e la fatica dei luoghi in cui è stato girato, un Sud Italia che diventa co-protagonista assoluto della narrazione. Perché se è vero, come spiega il regista, che viviamo in un’epoca dominata dall’intelligenza artificiale e dalle immagini finte, la scelta di calare la macchina da presa nei calanchi lucani e nelle fiumare calabresi – tra Pisticci, Craco, il castello di Oriolo e le spiagge di Trebisacce – restituisce al racconto una matericità che quasi si tocca. E Boni, quel cinema fisico e duro, lo ha sperimentato sulla propria pelle: niente camper o comfort a cui un attore, oggi, è pure abituato, ma solo sabbia gettata addosso dalle mani del truccatore per simulare il logorio del cammino e del sole, come ha raccontato lui stesso, rievocando le riprese con Fiorenza, la moglie di Segatori, che il trucco lo curava in modo artigianale e istintivo.
L’incipit messinese e il sogno nei fortini spagnoli
E proprio da quella fisicità nasce l’idea di un Don Chisciotte che non è solo metafora, ma vivo che si muove tra i calanchi. A dare il via alla pellicola, tuttavia, è un prologo di straordinaria suggestione storica, girato a Messina con il supporto del produttore locale Gigi Spedale e il patrocinio del Comune. Sono sequenze, quelle ambientate nel 1571, che ci riportano alla battaglia di Lepanto e a un giovane Miguel de Cervantes, ferito e ricoverato in quell’ospedale civico che all’epoca sorgeva nei pressi del porto siciliano. Ed è lì, tra le mura del cinquecentesco Forte Gonzaga o del Forte San Salvatore, riaperti per l’occasione, che lo scrittore spagnolo, in preda alla febbre e alle allucinazioni, vede bruciare i libri di un certo Don Alonso Chichano, dando così vita nella sua mente al cavaliere errante. Il cast messinese, in questa parte iniziale, offre volti noti del territorio: Ettore Ianniello veste i panni del giovane Cervantes ferito, mentre Mauro Failla e Davide Colnaghi interpretano rispettivamente il medico che lo ebbe in cura e il portantino che lo assistette. Una scelta, quella di ancorare la nascita del mito a un luogo reale e documentato, che aggiunge profondità all’intera operazione.
A fianco di Boni, nei panni del fedele Sancio Panza, c’è Fiorenzo Mattu, attore capace di conferire al suo personaggio una carica di umanità toccante, quella stessa umanità che nel romanzo di Cervantes funge da contrappeso terra-terra ai voli pindarici del suo padrone. Completano un cast di assoluto rispetto Angela Molina, Marcello Fonte, Galatea Ranzi e Carlo De Ruggieri, mentre per i ruoli di Dulcinea e Altisidora sono state scelte due esordienti, Gabriella Bagnasco e Martina Molinaro. Un cast che il regista ha voluto guidare in una direzione precisa: raccontare la storia di un uomo che decide di farsi cavaliere per difendere i più deboli, e che per questo viene deriso, umiliato, sconfitto. Perché, come osserva Segatori, in un mondo governato dall’avidità e dalla sopraffazione, è facile sentirsi sciocchi idealisti. Il deserto che circonda Don Chisciotte è quello di un Medioevo che non finisce mai, ma è anche lo stesso deserto interiore che molti di noi attraversano.
Un a corpo fisico con il mulino a vento
La produzione, affidata a Paola Columba per la Baby Films con il sostegno di Calabria Film Commission e Lucana Film Commission, ha voluto sottolineare questa tensione ideale anche nella costruzione delle scene. Invece di ricorrere a effetti digitali, per la celeberrima scena dell’assalto ai mulini a vento è stata costruita una struttura funzionante alta dodici metri, sulla quale Alessio Boni è letteralmente volato a testa in giù, ripreso con una telecamera. Un a corpo vero, fisico, contro il nemico della Giustizia e della Libertà, quel mago Freston che esiste solo nella testa del cavaliere ma che rappresenta tutte le ingiustizie del mondo. E in questa scelta produttiva, così artigianale e al contempo spettacolare, c’è tutto lo spirito di un film che prova a resistere alla smaterializzazione delle immagini, cercando invece la consistenza della terra, del vento, della sabbia.
D’altronde, lo stesso Boni, ripercorrendo la propria vita prima del successo – i lavori come poliziotto, babysitter e cameriere, prima che l’incontro con La gatta Cenerentola di Roberto De Simone gli spalancasse le porte del teatro – sembra aver conservato intatta quella capacità di meraviglia e di lotta che contraddistingue l’hidalgo della Mancia. E se oggi, guardandosi indietro, ammette di temere sempre di più, lo fa con ironia, perché sa che la paura è compagna di viaggio di chi continua a esporsi, a mettersi in gioco, a non rassegnarsi. Come sua madre, appunto, che aiutava i bisognosi senza dirlo a nessuno. Come Ilaria Cucchi, che lui cita come esempio moderno di donna capace di combattere contro mulini a vento enormi, affrontando un muro di potere per amore della verità. E come quel suo Don Chisciotte che, alla fine, sconfitto e riportato a casa in gabbia, preferisce morire piuttosto che vivere una vita senza ideali. Perché dal dolore, dalla guerra e dalla follia, come suggerisce il film, può sempre nascere il sogno ostinato di un’umanità più libera.




